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UNA CASA A BALI di Colin McPhee

Colin McPhee, Indonesia, Viaggi No Comments »

 

“…Una sera, mentre eravamo in auto, sorse sopra i campi la luna piena: scarlatta, enorme, incredibilmente deformata dalla bruma invisibile. Dissi a Sarda di fermare la macchina e rimasi a contemplare in silenzio lo spettacolo. Sarda d’un tratto mi chiese: “Non c’è la luna in America?” Lo disse con tale naturalezza che non riuscii a capire se scherzava oppure no…”

Questo è uno dei primi incontri tra Colin McPhee e l’isola di Bali durante il suo soggiorno negli anni trenta, in quel paradiso perduto che è il gioiello dell’arcipelago indonesiano. Dopo avere ascoltato nel 1929 in un dinner party di Manhattan la musica di un gamelan, tipico strumento balinese, attratto da questa inconfondibile melodia decide di trasferirsi a Bali. Musicista e compositore canadese, McPhee rimane sull’isola quasi dieci anni e, aiutato e incoraggiato dall’antropologa Margaret Mead, si dedica ad accurati studi sulla musica balinese.

Il grande merito di McPhee è quello di regalarci la visione di un mondo non ancora definitivamente scomparso, attraverso lo studio e l’analisi di una musica mai sentita che sarà poi paragonata agli esperimenti dell’avanguardia europea dei primi del novecento. Il mito di Bali, quale isola dell’amore libero, paradiso perduto e ritrovato, è nato da un gruppo di artisti e intellettuali europei che si stabilirono negli anni venti e trenta con l’illusione di fuggire dalla civiltà europea e da tutti i sui drammi. Nel secondo dopoguerra, la fama dell’isola venne enfatizzata da “Una casa a Bali”, il libro più suggestivo su quei luoghi, che Mc Phee scrisse dopo aver abbandonato la sua sempre rimpianta isola e la casa stupenda, in mezzo a una natura lussureggiante con la vista sul fiume. “…Costruita secondo lo stile locale, diversi vani a se stanti, uno per dormire, una sala principale, bagno e rimessa. Avrei avuto anche il tempietto, costituito da un gruppo di altarini nell’angolo nord-est del terreno…tutti i materiali tranne quello necessario per i pavimenti, cemento fine del Borneo, si trovavano nell’isola. Volevo che la casa fosse costruita rapidamente, ma Gusti Lusuh mi distolse presto da un’idea che sapeva tanto di “straniero”: non era la stagione adatta al taglio del bambù…”

“Una casa a Bali” diventa l’inconsapevole opera manifesto del dramma di un’intera generazione di spiriti liberi che ritrova sull’isola e nel talento artistico dei balinesi il paradiso tanto cercato. Arte, musica, danze e culti religiosi sono minuziosamente descritti dalle parole di Colin McPhee che si innamorò di Bali e di tutto quello che riuscì a conoscere e imparare. Ritornato infine negli Stati Uniti, continuò a comporre musiche piene di nostalgia, ma l’isola di Bali gli mancava troppo. Incapace di liberarsi dall’alcolismo, nel 1964 morì di cirrosi epatica.

Recensione di Paola Pedrini

LA CINTURA DI FUOCO di Alberto Bagus

Alberto Bagus, Filippine, Indonesia, Malaysia, Viaggi No Comments »

La cintura di fuoco è il primo di una serie di romanzi che raccontano il mondo visto e vissuto da Alberto Bagus. L'autore è al tempo stesso la voce narrante e il personaggio dei suoi libri. Bagus, “l'uomo buono” così come lo tradurrebbero in Indonesia, nasce nel momento che precede l'evento liberatorio dell'imminente partenza, quando chiude lo zaino da sei chili che si porta appresso nei suoi viaggi e si imbarca sull'aereo che lo porterà a destinazione.

Magro, lo sguardo torvo e il pensiero aguzzo come la lama del coltello di quei pirati che percorrevano molte delle sue rotte, Alberto Bagus è uno sconosciuto Indiana Jones, grande avventuriero, anche se a detta sua, poco avventuroso, o per usare una sua espressione “andrei volentieri sempre in prima classe ma a volte si trova solo una canoa e un remo”.  E' un uomo d'altri tempi, un esploratore cresciuto a pane e libri, ricco di quei valori che hanno ancora solo le persone che non sono nate con le tasche piene di denaro. Già dalla prima pagina si definisce un “uomo in fuga”. Da cosa fugge, egli non lo dice, ma dai pensieri che traspaiono tra le righe dei suoi racconti, è facile intuire che fugga dalla realtà effimera di una società dominata dai media, dai gossip, dall’apparenza e dalla conseguente assenza di sincere relazioni umane.

Il viaggio in paesi lontani, mondi a noi paralleli, diventa per il protagonista e poi per il lettore che lo legge, un'opportunità di crescita interiore. Pur percependo nei suoi racconti una sottile vena di pessimismo, appare evidente che ciò che muove Alberto Bagus è l'amore per la vita, vita di cui egli cerca disperatamente una forma a lui più simile tra popolazioni apparentemente primitive, in società dove per l'uomo appare normale aiutare una donna sconosciuta e dove ogni donna trova normale ringraziarlo con tutta se stessa, poiché solo nella semplicità, nella naturalità dei comportamenti umani si cela l'essenza della nostra esistenza.

Ogni suo viaggio inizia con l'acquisto di una carta geografica, passa attraverso lo studio attento della storia, delle usanze e persino della lingua per poi prendere forma attraverso un semplice biglietto aereo. Viaggia da solo in territori sconosciuti e l’unica guida che utilizza sono i fili invisibili della grande rete, che utilizza come fossero lunghi tentacoli esploratori da cui si fa precedere. Così raggiunge i posti più remoti, spesso senza aver alcun’idea di come c’è riuscito ed alla fine ogni luogo è per lui l’emozione genuina della sorpresa, che poi diventerà una pagina di un libro, ed è a quel punto che anche il lettore ne viene a conoscenza, perché Bagus è molto bravo a rendere parole quelle emozioni. Poiché è un uomo semplice, mentre li racconta i suoi viaggi sembrano facili ma a ben guardare non lo sono affatto. Attraverso questa esplorazione quasi sistematica del ricchissimo patrimonio artistico e culturale delle sue mete, Bagus ci dona un prezioso sguardo sull'universo variegato del pensiero e delle culture umane.

La cintura di fuoco narra un viaggio attraverso Malaysia, Indonesia e Filippine, con una minuziosa descrizione dei luoghi e della gente che Bagus incontra, ma il libro non è un diario. E’ una scatola di ricordi in cui, ogni volta che si apre, si trova qualche pensiero nuovo che in prima lettura era passato inosservato e alla fine si scopre che quanto vi si legge è solo la superficie esterna di un viaggio interiore che le pagine del romanzo ci portano a fare. Un libro da leggere ma soprattutto da rileggere. In qualche modo, Bagus riesce a far prendere coscienza al lettore di come le diverse culture inquinino l'individuo, e di come nei momenti in cui si pensa e si agisce da persone libere, ci si senta felici e si ha coscienza del perché si è al mondo. Basta una donna che per dormire ha bisogno dell'abbraccio di un uomo, anche se è uno sconosciuto, o il contatto fisico nella folla perché l'Indonesia è un paese densamente popolato, o il cercare durante il viaggio la compagnia di una qualche donna perché uomini e donne siamo esseri complementari che si appartengono, per accorgersi di essere liberi. La libertà è poter fissare in un museo dei ricordi e non necessariamente delle forme d'arte, la libertà è poter godere d’immagini negate dalla religione, la libertà è sentirsi al sicuro tra le braccia di uno sconosciuto o potersi intristire per comportamenti innaturali.

Nel libro si incontrano diverse culture e religioni, descritte attraverso quanto si tramanda nelle architetture e nei musei, e ciò che più sorprende nella descrizione che ne fa Bagus, è che lui è un viaggiatore senza pregiudizi che non filtra con la propria cultura ciò che vede e poi racconta. Forse ci sta dicendo che i momenti di felicità sono quelli in cui dei nostri pregiudizi ci si riesce a liberare.

Recensione di Luisa Degrassi

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AFRIASIA di Edoardo Agresti

Africa, Asia, Edoardo Agresti, Ettore Mo, Fotografia, India, Indonesia, Marocco, Mozambico, Oriana Fallaci, Paolo Ciampi, Viaggi, Yemen No Comments »

Una raccolta di 80 immagini in grande formato scattate nei due continenti nel corso di 7 anni di lavori, frutto di reportage di viaggi dal 2000 al 2007. Parte degli scatti sono stati fatti nel corso dei Nikon School Travel, viaggi fotografici condotti da Edoardo Agresti. La sequenza delle foto è volutamente in antitesi con il nome del libro. Afriasia infatti indica un percorso dall'Africa all'Asia ma in realtà le foto sono state inserite seguendo un cammino Est-Ovest. Questo perché nella mente di Edoardo Agresti c'è piuttosto un percorso ideale che segue il naturale correre del sole, una via circolare logica. Da Bali della prima foto, fino al Marocco dell'ultima. Non sono state scelte l’Africa e l’Asia – dalla cui contrazione nasce il titolo del libro – per fotografare i poveri e mostrare la malattia, la sporcizia o il degrado, come normalmente si associa a queste parti del mondo. Certo viaggiando ci si imbatte nella disperazione e nella miseria, ma non era e non è quello l’obbiettivo del fotografo. Ha scelto questi due continenti per conoscere ed esplorare mondi totalmente diversi da quello in cui vive. Civiltà e società, alcune volte povere e disperatamente tragiche, complicate e interessanti, ma nel contempo piene e vibranti di vita.

L'India, ad esempio, in tal senso è unica. Terzani la descrive in maniera sublime: «Chi ama l’India lo sa: non si sa esattamente perché la si ama. E’ sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata non se ne può fare a meno. Si soffre a starne lontani. Ma così è l’amore: istintivo, inspiegabile, disinteressato. In India si pensano altri pensieri.»

Ma anche lo Yemen in Medioriente o il Mozambico nell’Africa centrale sono dei paesi che non puoi non amare e in cui gli stimoli alla cattura delle immagini sono continui. Agresti si cala in un altro mondo che non è fisico ma mentale, cerca di predisporre e sincronizzare cuore, mente e obiettivo della macchina fotografica con l'ambiente fatto di luoghi e persone. La foto deve essere esteticamente bella e riflettere l'anima del soggetto, tirare fuori la sintesi, sia questo un paesaggio o una persona. «Come da sempre i miei scatti non sono fotografie di denuncia sociale o di guerra, non vogliono shockare violentemente né tantomeno essere dei saggi giornalistici; assolutamente non sono una cartolina stereotipata. Quello che mi interessa e che fa parte della mia continua ricerca, è la forza intrinseca, magari contraddittoria, che voglio emerga da ogni singolo scatto.»

Edoardo Agresti è fotografo ufficiale del Nikon Professional Team e coordinatore a livello nazionale della Nikon School Travel. E’ membro della FEP – Federation of European Photographers, del Wedding PhotoJournalistic Association, della Artistic Guild WPJA, della ISPWP e socio fondatore della Best Of Wedding Photography. Nel 2010 ha superato brillantemente lo screening ottenendo la qualifica QIP – Qualified Italian Photographer e subito dopo la qualifica QEP – Qualified European Photographer. E’ stato eletto nel 2008 e nel 2009 “Fotografo dell’anno” dall’associazione nazionale fotografi di matrimonio www.anfm.it ed è vincitore di numerosi riconoscimenti: nel 2010 il 1° premio assoluto nella categoria Reportage all'International Awards di Orvieto nonché Bronze e Silver Awards nella categoria Matrimonio e Bronze Award nella sezione "landscape" del prestigioso SONY PROPHOTO AWARDS 2010.

www.edoardoagresti.it

Recensione di Paola Pedrini

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IL SESSO INUTILE di Oriana Fallaci

Giappone, Hong Kong, India, Indonesia, Oriana Fallaci, Pakistan, Reportage, Stati Uniti, Usi e costumi No Comments »

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“Il sesso inutile”: ovvero le donne. Titolo provocatorio, come del resto è stata tutta la sua vita. “Sesso inutile”, due parole distrattamente pronunciate dalle labbra di un’amica infelice e riutilizzate da Oriana Fallaci per chiarire fin dall’inizio il tono di uno dei primi grandi reportage a firma di una giornalista e scrittrice che della provocazione fece una delle sue armi vincenti. Voce appassionata e coraggiosa,  inviata in prima linea sui fronti di guerra, intraprendente e aggressiva, ha discusso con le più alte personalità della politica internazionale, Oriana Fallaci ha cambiato il modo di fare giornalismo in Italia. 

Dalla proposta di Arrigo Benedetti, allora direttore de “L’Europeo”, il libro è un’inchiesta che riflette la condizione femminile nel mondo, principalmente in Oriente. Il libro, pubblicato nel 1961 e tradotto all’estero con undici edizioni straniere, risponde sul campo ad alcune domande chiave sull’universo femminile. «Dove vivono le donne più felici? E le donne, quando sono felici, perché lo sono e in relazione a che cosa? È possibile individuare un “pianeta delle donne” ben distinto, nei problemi e nelle ambizioni, da un “pianeta degli uomini”?» Nella prefazione al libro, scriveva la Fallaci: «Per quanto mi è possibile, evito sempre di scrivere sulle donne e sui problemi che riguardano le donne. Non so perché, la cosa mi mette a disagio, mi appare ridicola. Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico».

Dopo circa cinquantamila chilometri di viaggio  alla ricerca di tracce di felicità e in compagnia del fotografo Duilio Pallottelli, Oriana è tornata con un rapporto originale, imprevedibile e divertente, che apparve in parte sulle colonne del “L’Europeo”, da Karachi a New York, passando per India, Indonesia, Hong Kong e Giappone. A Karachi in Pakistan assiste al matrimonio di una sposa bambina e si ribella all’idea delle donne velate (“più che un velo è un lenzuolo il quale le copre dalla testa ai piedi come un sudario”); a New Delhi incontra Rajkumari Amrit Kaur, figura di grande potere in India, e le sembra che assomigli a sua nonna; in Malesia conosce le matriarche che vivono nella giungla; a Singapore c’è la scrittrice Han Suyin, che sente subito amica; a Hong Kong le cinesi non hanno più i piedi fasciati ma le intoccabili abitano ancora sulle barche, senza mai scendere a terra; a Tokio è smarrita di fronte all’impenetrabilità delle giapponesi e a Kyoto affronta il mistero delle geishe; alle Hawaii cerca invano i segni di un’esistenza originaria intatta.

Il viaggio si conclude a New York, dove il progresso ha reso più facile la vita delle donne costringendole a confrontarsi con “un mondo di uomini deboli, incatenati a una schiavitù che essi stessi alimentano e di cui non sanno liberarsi”.

Oriana Fallaci (1929-2006), fiorentina, è stata definita “uno degli autori più letti ed amati del mondo” dal rettore del Columbia College of Chicago che le ha conferito la laurea ad honorem in letteratura. Ha intervistato i grandi della Terra e come corrispondente di guerra ha seguito i conflitti più importanti del nostro tempo, dal Vietnam al Medio Oriente.

Recensione di Paola Pedrini

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C’ERA UNA VOLTA L’ORIENTE di Pico Iyer

Asia, Cina, Filippine, Giappone, India, Indonesia, Myanmar, Nepal, Pico Iyer, Reportage, Tibet No Comments »

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Ogni volta che Oriente e Occidente si incontrano nasce una nuova danza, fatta di fascino e sfida, seduzione e confronto, un’innata curiosità per l’ignoto, una proiezione delle proprie illusioni verso lo straniero con un giusto pizzico di calcolo e di innocenza. Così Pico Iyer descrive l’incontro di due grandi culture, personale analisi di un lungo viaggio attraverso l’Asia negli anni ottanta, due mondi così estranei che combinati tra loro possono rivelare insoliti effetti. Due realtà in continuo mutamento e movimento, legate alle tradizioni senza essere più quelle di una volta, proiettate con lo sguardo al futuro ma con l’orecchio teso ad ascoltare ancora i ricordi del passato. Pico Iyer rappresenta la perfetta combinazione di scrittore e giornalista, curioso, obiettivo e passionale narratore; con la semplice descrizione dei fatti è in grado di metterci di fronte alle trasformazioni di due mondi e due culture che si riconoscono, si accarezzano ma non si incontrano mai realmente. Il panorama che offre Iyer è  quello di un popolo che sta assorbendo usi, costumi, modi di vivere, di pensare e di parlare del nostro mondo occidentale; l’impressione è quella che questo assorbimento avvenga però con prudenza e un certo scetticismo, senza permettere a una cultura di dominare mai veramente sull’altra ma, di rappresentare sempre una forte attrattiva. Con la capacità di mettere tutto in discussione, l’autore analizza quanto dell’occidente è stato assorbito dai Paesi asiatici citando esempi che spesso si rivelano tanto veritieri quanto grotteschi. 

Sull’isola di Bali turismo e paradiso sono caratteristiche innegabili quanto incompatibili perché più rapidamente i paradisi seducono i turisti, tanto più rapidamente i turisti riducono i paradisi. Il Tibet, considerato il regno sul tetto del mondo, sta lentamente scomparendo dando l’impressione di esistere solo nell’immaginazione dei viaggiatori che qui approdano e sembrano sentirsi in dovere di camuffarsi in gente del luogo. In Nepal si vende il Paradiso, quello legato agli accessori spirituali, un grande magazzino a prezzi economici, ancora più conveniente della vicina India. La Cina porge una volta la mano destra e una volta quella sinistra, senza sapere l’una dell’altra; ha aperto le porte al mondo ma all’Occidente concede solo appuntamenti al buio. La Birmania vive da sola come una vecchia zia e ci si scorda spesso di andarla a trovare. l’India è rappresentata da un’industria cinematografica che è il modello per eccellenza di un sistema produttivo di massa. E così prosegue il viaggio di Iyer, dalla Thailandia alle Filippine fino al Sol Levante, lasciando a casa convinzioni e certezze per aprire la mente a meraviglie, valori e problemi normalmente ignorati, per compiere un viaggio in stati d’animo, mentalità e passaggi segreti. 

I cambiamenti avvenuti negli anni e una dettagliata analisi razionale farebbero pensare alla conquista occidentale dell’Oriente. Invece la scoperta più grande, non solo per l’autore, è che nessuno dei Paesi visitati sarà mai completamente trasformato dall’Occidente. La cultura e la spiritualità  asiatiche sono troppo profonde per essere spazzate via da venti economici provenienti da ovest. Il sospetto è che sia l’Oriente a muoversi verso l’Occidente e non viceversa. Pico Iyer, di origine indiana, nasce in Inghilterra nel 1957. Si laurea a Oxford e poi ad Harvard. Collaboratore della rivista Time, ama scrivere e viaggiare, è uno dei migliori esponenti della narrativa postcoloniale che molto ha contribuito alla rinascita della letteratura inglese.  

Recensione di Paola Pedrini

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COSA TI PORTI DIETRO SE SAI DI NON TORNARE PIU’? di Roberto Di Marco

Autobiografie, Brasile, Cambogia, Etiopia, Filippine, Giappone, India, Indonesia, Laos, Roberto Di Marco, Romania, Russia, Stati Uniti, Sudafrica, Thailandia, Yemen No Comments »

 

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Molte persone sognano di mollare tutto e cambiare vita trasferendosi in un paese straniero, soprattutto quando la vita quotidiana risulta noiosa e stressante. In questo libro (Fbe edizioni, pp. 272, € 13,00) Roberto di Marco, psicologo e criminologo, raccoglie 15 storie vere di uomini e donne che hanno tagliato i ponti con il proprio paese di origine, affrontando realtà completamente diverse. C’è chi fugge da una situazione scomoda o pericolosa, chi molla una famiglia ingrata, chi sceglie di andarsene per un bisogno di novità e di scoperta. Le storie di questi espatriati sono tutte diverse, così come le loro personalità. Alla fine di ogni capitolo l’autore analizza le motivazioni e le dinamiche sotto un’ottica psicologica, scoprendo i meccanismi che si celano dietro a scelte a volte estreme.

Il libro è scritto in modo semplice, quasi colloquiale, e i racconti scorrono via con piacevolezza.

Frammenti di vita, storie fuori dall’ordinario che ci portano in realtà lontane e che sono utili per vari motivi. Innanzitutto è una panoramica sulla vita quotidiana degli espatriati, con i piccoli problemi e le difficoltà della vita residenziale all’estero, le relazioni sociali e i rapporti di coppia con la popolazione locale. Inoltre è ricco di curiosità e di aneddoti, e aiuta a capire di come a volte è possibile inserirsi e integrarsi in un una nuova cultura. Le storie raccolte sono estremamente interessanti e avventurose, persone ordinarie che però decidono di fare scelte straordinarie, il cui cammino di vita prende svolte imprevedibili.

Questo libro può essere anche uno stimolo per chi non sa decidersi a fare il grande salto, rimandando all’infinito cercando ogni volta un nuovo alibi e illudendosi che la vita sia infinita. Fortemente consigliato.

Recensione di Gianni Mezzadri  

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IL LIBRO DELL’ASIA

Afghanistan, Arabia Saudita, Asia, Bahrain, Bangladesh, Bhutan, Brunei, Cambogia, Cina, Corea Del Nord, Corea Del Sud, Emirati Arabi Uniti, Filippine, Fotografia, Giappone, Giordania, Hong Kong, India, Indonesia, Iran, Iraq, Israele, Kuwait, Laos, Libano, Lonely Planet, Macao, Malaysia, Maldive, Mongolia, Myanmar, Nepal, Oman, Pakistan, Palestina, Qatar, Singapore, Siria, Sri Lanka, Tagikistan, Taiwan, Thailandia, Tibet, Timor Est, Turkmenistan, Uzbekistan, Vietnam, Yemen No Comments »

 

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L’Asia è un continente immenso che racchiude una moltitudine di etnie fra i suoi quasi 4 miliardi di abitanti (il 60% della popolazione mondiale). Tutta questa varietà la si può notare sfogliando quello che è uno dei migliori coffee table book in commercio, Il Libro dell’Asia (EDT, pp. 232, € 39,00), che offre una splendida panoramica attraverso schede che forniscono le formazioni essenziali e le esperienze cruciali, ma soprattutto tramite meravigliose fotografie. Scordatevi le immagini a bassa risoluzione, spesso piuttosto ordinarie, che si trovano nelle guide Lonely Planet, in questo volume la qualità delle foto è veramente eccezionale ed è il motivo principale per l’acquisto di questo libro. Vi sono anche alcuni interessanti itinerari suggeriti, opinioni dei viaggiatori e qualche approfondimento (tra cui “Un ritorno sulla Hippy Trail” di Tony Wheeler), ma per informazioni complete sui vari stati bisogna obbligatoriamente rivolgersi altrove. E’ comunque un piacere sfogliare le pagine di grande formato, magari sorseggiando un caffé seduti in una comoda poltrona e sognando di partire.

Recensione di Gianni Mezzadri  

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DOVE SONO FINITO? – Storie inaspettate da luoghi inaspettati

Afghanistan, Antartide, Australia, Austria, Botswana, Cambogia, Canada, Cile, Cina, Dan George, Germania, Gran Bretagna, Guinea Equatoriale, Indonesia, Inghilterra, Israele, Italia, Kenia, Malawi, Mali, Messico, Micronesia, Olanda, Repubblica Ceca, Rolf Potts, Russia, Slovenia, Sri Lanka, Stati Uniti, Thailandia, Viaggi, Vietnam No Comments »

 

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Questa raccolta di racconti curata da Dan George, ha come tema comune il disorientamento. Una perdita delle coordinate che può avvenire in luoghi remoti come l’Isola di Pasqua o Timbuktu o in posti più familiari come la sala di attesa di un aeroporto. Dove sono finito? (EDT, pp. 236, € 14,50) è un concept book dove 30 tra i migliori autori di narrativa di viaggi raccontano la loro esperienza con il nowhere, più che un posto, uno stato d’animo.

Nella prefazione Tim Cahill paragona l’atto creativo dello scrittore al rischio che si prova prima di un viaggio. Chiama questa sensazione Grande Vortice, uno stato di beatitudine che si può trovare solo se si affronta una sfida alta, sia che si tratti di una discesa in un torrente che della composizione di un racconto. 

La qualità delle storie è eterogenea, alcune sono sorprendentemente buone mentre altre tendono a essere più noiose. Una delle mie preferite è “La torta più buona dello Sri Lanka” dove Conor Grennan grazie alla pessima cartina stradale si perde ma trova un’eccezionale torta al cioccolato. Una chiara manifestazione di serendipity in mezzo alla foresta tropicale. Degni di menzione anche “Il peggior paese del mondo” di Simon Winchester dove si racconta un incredibile viaggio in Guinea Equatoriale, e “La foto di un villaggio” di Angie Chang, un’immersione nelle zone rurali afghane con una interessante visione degli americani da parte di un’americana coperta dal chador. 

Recensione di Gianni Mezzadri  

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LA LUNGA ESTATE di Tripluca

Africa, America, Argentina, Asia, Australia, Bolivia, Brasile, Cile, Cina, Europa, Germania, Indonesia, Laos, Lituania, Malaysia, Marocco, Myanmar, Nuova Zelanda, Oceania, Peru, Polonia, Repubblica Ceca, Singapore, Slovacchia, Spagna, Thailandia, Tripluca, Viaggi 2 Comments »

La lunga estateUno dei sogni più ricorrenti nei periodi di stress lavorativo è quello di mollare tutto e cominciare a viaggiare, magari verso qualche meta esotica. Poi presi dal realismo la maggior parte di noi comincia ad analizzare la situazione e vede tanti problemi che in un modo o nell’altro ci fanno rimanere a casa. Ma non tutti si scoraggiano: Luca de Giglio (aka Tripluca) è uno di questi. Ha mollato il lavoro e nel 2000 ha cominciato a viaggiare per il mondo con pochi soldi in tasca, senza una precisa idea di dove gli eventi lo avrebbero portato. Otto anni dopo sta ancora viaggiando: tramite i suoi siti riesce a procurarsi denaro sufficiente a proseguire il suo vagabondaggio, di cui ci giungono notizie attraverso il suo blog e tramite raduni periodici che organizza in Italia e in Europa.

I suoi primi 5 anni da viaggiatore professionista vengono narrati nel suo libro La lunga estate di tripluca.com, acquistabile per € 5,00 su http://www.tripluca.com/la-lunga-estate/. Lo stile è diretto e divertente, ma con l’andare del tempo si sviluppa e personalizza sempre di più. Non mancano riflessioni originali, incontri interessanti, consigli su come risparmiare, idee stimolanti, ma anche sbagli, fregature e delusioni. C’è anche un momento toccante di solidarietà sociale in Thailandia nel periodo dello Tsunami del 2004, quando tramite le donazioni dei visitatori del sito è riuscito a portare aiuto direttamente alle persone in difficoltà.

I report toccano l’Oceania, l’Asia, l’Europa e il Sudamerica, raccontandoci attraverso gli incontri con le persone del posto e gli altri viaggiatori che non sempre è facile viaggiare, ma comunque ne vale la pena. E’ un viaggio fra la gente, non turistico nel senso negativo del termine, fatto da un ragazzo che a un certo punto della sua vita ha fatto una scelta coraggiosa e che ora ne sta raccogliendo i frutti. E’ anche uno stimolo per tutti coloro che esitano, che hanno sempre una giustificazione per non partire, ma che poi vivono nel rimpianto per non avere avuto più coraggio.

Recensione di Gianni Mezzadri 

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IN VESPA. DA ROMA A SAIGON di Giorgio Bettinelli

Asia, Bangladesh, Europa, Giorgio Bettinelli, Grecia, India, Indonesia, Iran, Laos, Myanmar, Pakistan, Thailandia, Turchia, Viaggi, Vietnam 2 Comments »

in-vespa.jpg“Io non avevo nessuna intenzione di comprarla, […] perché non avevo mai avuto passione per le moto e la mia unica esperienza in tal senso si era limitata, all’età di quindici anni, a un ciclomotore rosa shocking che era finito accartocciato in un fosso insieme a me”. Con questa dichiarazione di intenti sembra incredibile in che cosa si sia trasformato Giorgio Bettinelli oggi.

Per scoprirlo bisogna cominciare con questo resoconto del suo primo viaggio, che dopo un breve apprendistato sulle strade indonesiane, lo ha portato alla traversata eurasiatica da Roma a Saigon a bordo della sua Vespa. 24.000 km in 7 mesi attraversando 10 paesi: Grecia, Turchia, Iran, Pakistan, India, Bangladesh, Birmania, Thailandia, Laos e Vietnam.

Il bello di questo libro, oltre alla casuale pazzia dell’idea che l’ha generato, è lo stile brillante dell’autore che ha nel suo curriculum, oltre a una carriera di attore, una laurea in lettere.

Tutto comincia durante un lungo soggiorno a Bali nel 1992: un’abitante dell’isola per ripagare un debito vende per 180 dollari la sua sgangheratissima vespa a Bettinelli. Nonostante l’iniziale reticenza decide di andare a Medan, sull’isola di Sumatra per poter rinnovare il visto, e mentre questo primo viaggio sta per concludersi si trova spesso a pensare: “Ma perché non dilatarla un’esperienza così?”. Da questo pensiero nasce l’avventura di Bettinelli che oggi sta continuando sulle strade della Cina dopo aver attraversato tutti i continenti nei viaggi successivi (narrati in Brum Brum e in Rhapsody in black). E’ un viaggio senza uno scopo preciso (anche se in un’occasione l’autore si trova in difficoltà dopo una domanda sull’argomento e decide di rispondere che si tratta di una missione di pace) se non quello del piacere del viaggiare e di incontrare persone appartenenti alle più svariate culture. E’ un modo di conoscere il mondo diretto, passandoci attraverso e conoscendo gente comune, che rivela particolari positivi e negativi di ogni nazione attraversata.

Altamente raccomandato.

Il blog di Giorgio Bettinelli

 

Recensione di Gianni Mezzadri

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