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MONDOVIATERRA di Eddy Cattaneo

Kirghizistan, Viaggi No Comments »

La prima volta che ho letto "Il signore degli anelli" ho incrociato le dita sperando che facessero il film al più presto. La prima volta che ho sentito parlare Eddy Cattaneo ho avuto nuovamente quella sensazione, ho stretto i pugni e sperato che i suoi racconti diventassero un libro (oltre ad aver divorato il suo blog… mi tocca ammetterlo, le sue foto sono splendide!). E come ogni cosa tanto attesa speri sempre che non deluda. E "Mondoviaterra" è impossibile che deluda anche i palati più difficili. 

Coinvolgente, colorato, divertente con il plus di lasciar percepire "l'anima" che c'è dietro e la passione vibrante con cui diventa parte degli eventi. Si lascia vivere dal suo grande viaggio e questo lo porta a ritrovarsi nelle situazioni più folli e assurde, come matrimoni pakistani, le braccia della grande Amma, un Natale a Calcutta spiegato con esaustive slide show o capire cosa significa soffocare in miniera a Potosì, nell'incredibile Bolivia.

Ogni pagina ti lascia sulla pelle l'invidia per quello che ha vissuto e allo stesso tempo l'amichevole sensazione di condivisione di quando sia affronta un viaggio in compagnia. Ha viaggiato solo, ha affrontato pezzi di cammino con persone incontrate e incrociate più volte sulla strada, ma solo. E il suo talento sta proprio in questo, non sentirsi mai solo perchè parte del mondo. Anche se sembra una cosa molto freak. "Quella sensazione di avere il mondo a disposizione, di poter scegliere la destinazione usando l'atlante come cartina di viaggio, diventare un puntino, perdermi". Mi sono ritrovata più volte a ridere da sola con il libro in mano, a fare ricerche approfondite per conoscere parti di mondo che ha calpestato con il suo unico (quasi) indistruttibile paio di scarpe, a sognare. Mallarmé scriveva che "Il mondo è fatto per finire in un bel libro", Mondoviaterra ne è l'esempio lampante. Un libro straordinario. Severgnini non si offenda, ma finalmente l'Italia ha partorito il suo Bill Bryson.

Recensione di Paola Annoni
 

TIBET ULTIMA FRONTIERA – AMDO E KHAM di Roberto Bertoni

Cina, Fotografia, Roberto Bertoni, Tibet No Comments »

È un viaggio fotografico in uno dei luoghi più sacri della cultura buddhista, nel cuore dell’oriente, tra montagne che da sempre esercitano un fascino particolare abitate da un popolo che non ha mai perso il legame con la propria terra e la voglia di lottare per difendere la propria cultura. Il volume propone una serie di scatti che catturano gli intensi momenti di vita e di religiosità delle popolazioni che abitano nei deserti verdi dell’Amdo e del Kham, regioni tibetane del Nord, così poco raccontate. E’ un reportage attraverso praterie sconfinate interrotte solo da laghi e monasteri, immagini di vita quotidiana, feste, volti, paesaggi del Tibet. Sono foto scattate dalla fine degli anni Ottanta ad oggi nel corso di sette viaggi compiuti dall’autore alla ricerca di “un’umanità che merita di non scomparire”.

Sfogliando le pagine del libro si incontrano volti che sorridono e occhi che guardano lontano, pelli arrossate dal vento e segnate dal sole, uomini e donne che portano avanti tradizioni monastiche, danze, celebrazioni, nomadi che seguono ancora gli antichi ritmi dei loro antenati, gli stessi ritmi della natura. “Non cercavo il colore, il folklore, il glamour, eppure in Tibet i colori sono forti e saturi, le feste bellissime, il paesaggio nella sua sconfinata maestà lascia senza fiato. Ho trovato il sorriso, occhi vivi e profondi, calore umano mai più sentito in altre parti del mondo”… così esordisce l’autore introducendo i sei capitoli del reportage. Quaranta ritratti, le feste di capodanno nel Monastero di Labrang, la vita quotidiana dei nomadi e cavalieri del Kham, le loro feste estive, la kora' dell'Amnye Machen, la seconda montagna sacra del Tibet, la festa sciamanica del Dio della Montagna a Repkong, la cremazione di un grande Lama in Kham e molto altro ancora in questo volume dedicato “alle genti tibetane”.

Il libro contiene 270 foto di Roberto Bertoni formato 31×30,5 e 6 tavole a colori di Francesca Bersani, pag. 285, testi italiano e inglese.

Per acquistare il libro rivolgersi all’autore rob.bertoni@alice.it

Recensione di Paola Pedrini

STARBUCKS – IL BUONO E IL CATTIVO DEL CAFFÈ di Taylor Clark

Curiosità, Stati Uniti, Taylor Clark, Usi e costumi No Comments »

Chi è solito viaggiare nelle città in giro per il mondo negli ultimi anni non ha potuto fare a meno di notare una sempre più frequente presenza delle caffetterie Starbucks, spesso con punti vendita estremamente ravvicinati. Con otre 17000 negozi in 55 paesi è l'unica vera rivale di McDonald's come diffusione mondiale, con la notevole differenza che non è una rete in franchising. Ma come è possibile che questa azienda di Seattle sia riuscita a trasformare una materia prima che gli americani erano abituati a prendersi per un quarto di dollaro nei baracchini e nelle tavole calde, in un prodotto di lusso e a riempire di punti vendita ogni città importante? (si può trovare uno Starbucks anche in una chiesa dell'Indiana e presso la Grande Muraglia Cinese). Il successo di Starbucks negli Stati Uniti nasce principalmente dalla carenza di un luogo di ritrovo pubblico, con l'aggiunta di quel senso di socialità e di protezione di cui la gente sente il bisogno. Ma come si spiega il successo nell'Inghilterra dei pub, nella Cina delle sale da tè o nella Francia piena di tranquilli caffè all'aperto?

Questo libro indaga sui motivi di questo misterioso successo, ma anche sulle conseguenze etiche di questo dominio globale, sia a livello delle piccole caffetterie che sullo sfruttamento dei coltivatori di caffè. Per molti l'ubiquità di Starbucks è il massimo della comodità, per altri una tremenda perdità di unicità, e il ritrovarsi dall'altra parte del mondo un posto uguale a quello sotto casa. La cultura distintiva delle città è sostanzialmente il suo unico bene ed è innegabile che Starbucks toglie qualcosa di insostituibile al carattere delle comunità.

Oltre a essere una lettura molto piacevole, la scrittura ha uno stile ironico e divertente, Starbucks – Il buono e il cattivo del caffè offre un'importante chiave di lettura dell'evoluzione della globalizzazione a livello mondiale attraverso le storie di una delle bevande più popolari e di uno straordinario successo imprenditoriale.

Recensione di Gianni Mezzadri

 

SUEÑO CON KAREN di Alberto Bagus

Alberto Bagus, Guatemala, Messico, Viaggi No Comments »

 

Sogno con Karen, il secondo libro di Alberto Bagus, ci porta lungo un percorso che dal Nord di Città del Messico scende fino alla perduta Yaxchilàn Maya, da dove attraversando l’impetuoso Rio Usumacinta si passa in Guatemala. La lettura del libro suscita sentimenti tumultuosi e contrastanti, specialmente in una donna, ma bastano le parole con cui egli descrive la strada per Yaxchilàn a convincere ogni lettore che la sua scrittura vale la pena di essere letta. Ve le cito perché le ritengo degne di essere ricordate.

“…E' una strada dritta e piana che passa tra due piccole catene montuose coperte dalla foresta. Montagne giovani, dai fianchi scoscesi come tante gobbe di cammello. Nel sorgere, il sole vi si insinua, disperdendo gli ultimi lembi delle nuvole notturne rimaste impigliate agli alberi, poi alzandosi volge lo scuro della penombra mattutina in un paesaggio verde brillante. Sopra la foresta svetta ogni tanto la figura di un albero gigantesco che culmina in una chioma rada e spettrale….”

Una bella e giovane madre messicana al suo fianco e tutto del Messico appare meraviglioso, l'incertezza degli spostamenti, la precarietà dei mezzi, i tempi lenti come lo strascicare dei piedi di Karen che con la sua calma imperturbabile, impersona perfettamente lo spirito del Messico. L'amore che già nelle prime pagine del libro nasce in Bagus per questa donna, trasforma il suo viaggio in un vero e proprio sogno intriso di musiche e colori. Un viaggio fatto su autobus lussuosi o sgangherati che partono un po' dovunque, anche dai luoghi più impensati come il cortile di un albergo e si fermano dove meno te l'aspetti, anche a destinazione. Non ci sono precise tabelle di marcia e spesso lo vediamo aspettare in lunghe attese che per sua fortuna Karen riempie con la sua dolcezza.

Nella lettura appare evidente che le tradizioni, ancora molto radicate, sono le fondamenta del Paese in cui si può ancora vivere di certezze, anche le più semplici come potersi permettere un sorpasso azzardato su una curva cieca perché nell'altro verso “non arriva mai nessuno”, o avere un servizio di trasporti in cui non esistono orari perché comunque l'autobus parte appena è pieno e se non ci sono biglietti per la destinazione desiderata, si cambia percorso perché in un modo o nell'altro si sa che si arriverà alla meta. Le tradizioni, basi della società morale in cui i comportamenti umani sono veramente tali, sono anche quelle che permettono a una madre di vivere con serenità senza avere sempre sotto gli occhi la propria figlia, anche se Naomi con la sua voce squillante è percepibile anche a grande distanza.

E' netto il contrasto tra il Messico contemporaneo e la descrizione delle sue rovine, testimonianze di civiltà antiche molto violente e di un popolo oppresso per il quale l'arrivo degli spagnoli è sembrato probabilmente quasi una fortuna. Nelle sue descrizioni, dense come i murales di Diego Rivera, l’autore dipinge a parole luoghi e situazioni con un tale realismo da farci sudare nella foresta umida o sussultare per l'incontro di animali ufficialmente estinti.

La storia del Messico non è solo la storia del periodo coloniale e nella discesa verso il Sud del paese, ci fa scoprire a mano a mano tutti i suoi capitoli. E’ una discesa cronologica oltre che geografica che ci porta indietro nel tempo fino alla stele Maya sulla quale c'è incisa la fatidica data con cui, secondo loro, la divinità ci ha affittato il mondo. Siamo ormai prossimi alla scadenza del contratto, quel fatale 14 agosto 2012, ma per fortuna leggendo la nota a fine libro, nella quale Bagus con la sua solita precisione analizza l'argomento, ci sentiamo speranzosi che forse non tutto è perduto e possiamo già pianificare le nostre vacanze. Dalle architetture agli alberi, i colori dominanti sono il marrone eil rosso, la madre terra che accoglie i suoi figli e il recinto sacro che li protegge, sarà forse il motivo per cui la terra messicana dona all'anima quella gran calma di cui Bagus ci parla?

Recensione di Luisa Degrassi

LA MIA INDIA di Paola Pedrini

India, Paola Pedrini, Viaggi No Comments »

Una ragazza e il suo zaino a spasso per l’India: sogni, passioni, silenzi che riempiono l’anima. Questo è “la mia India” di Paola Pedrini. Viaggia sola, ma sembra portarsi accanto il lettore che viene con dolcezza preso per mano e accompagnato in un mondo così straordinariamente diverso. Ed è questo il punto di forza del libro, la capacità di “formare” senza arroganza il lettore sulla cultura indiana, farlo incuriosire e trasformarlo in poche pagine nel compagno di viaggio di Paola, sulle strade sconnesse del suo lungo cammino.

E’ un viaggio di grande intensità emotiva, un viaggio alla ricerca di un non ben definito “qualcosa”, tra odori forti e nauseanti, massaggi, tradizioni millenarie assorbite da un corpo “rimasto troppo tempo in bilico tra attenzione divina e scetticismo innato”, sari colorati e la mente che si schiude di fronte all’energia di Auroville.

Non si può riassumere: “La mia India” sono pagine che vanno toccate, lette e assaporate senza pregiudizi, con quello spirito che l’autrice mette nel suo viaggio, una mente aperta e quella umiltà di chi “non pretende di conoscere e capire l’India alla prima visita”. C’è una forte attenzione ai dettagli, le pagine trasudano profumi di incensi e sapori speziati, che accompagnano l’amore per la scoperta e l’incanto di chi ancora sa rimanere con la bocca spalancata di fronte alla bellezza del diverso.

Solo 126 pagine, alla portata di tutti, scritte con lucidità e passione per scoprire l’India che c’è in ognuno di noi.

Recensione di Paola Annoni

LONGITUDINE di Dava Sobel

Dava Sobel, Gran Bretagna, Inghilterra, Navigazione No Comments »

”Il tempo sta all'orologio come l'intelligenza sta al cervello. L'orologio, grande o piccolo che sia, grossa pendola o delicato gingillo, in qualche modo contiene il tempo. Tuttavia il tempo si rifiuta di essere imbottigliato come il genio della fiaba che viene ficcato dentro alla lampada… … poiché il tempo ha il suo ritmo, come il battito del cuore o il ciclo della marea, gli strumenti per misurarlo non lo trattengono, almassimo stanno al passo, se ci riescono.” “…il parallelo di latitudine di grado Ø è fissato dalle leggi di natura… …il meridiano della longitudine Ø è mutevole come le sabbie del tempo… [rendendo]…la determinazione della longitudine, specialmente in alto mare, un problema che ha sfidato le migliori menti del mondo per la maggior parte della storia umana.” “In assenza di un metodo pratico per determinare la longitudine, tutti i capitani dell'era delle grandi esplorazioni, che pure potevano disporre di carte nautiche e di bussole attendibili, si persero in mare. Da Vasco de Gama a Vasco Nuñez de Balboa, da Ferdinando Magellano a Sir Francis Drake, tutti, volenti o nolenti, arrivarono dove arrivarono per grazia di Dio o benevolenza della fortuna”. 

- D. Sobel -
 
Tutta una questione di tempo. Ma tutt'altro che semplice. La storia che viene raccontata in questo piccolo pamphlet è l'avventura tecnica e umana che si dipana attorno ad un'esigenza pratica, il calcolo della longitudine, e un premio messo in palio dal Parlamento inglese nel 1714. Latitudine e longitudine sono due concetti abbastanza elementari che per molta gente appartengono al nozionismo scolastico legato all'insegnamento della geografia… e spesso vengono confusi l'uno con l'altro (longitudine?? … latitudine!!). Ma giungere alla definizione di un metodo matematico che consentisse di calcolare con esattezza la longitudine è stato un rebus che è durato centinaia di anni, un vero rompicapo scientifico. Nel 1700, il concetto di calcolo della longitudine era sinonimo di impresa impossibile, al pari del farmaco universale o del metodo di trasformare in oro i metalli meno nobili. I calcolo della Longitudine era inoltre una spina nel fianco della marineria che, tra stime sbagliate e approdi fortunosi, ha lasciato in mare migliaia di vite (e innumerevoli ricchezze). Dopo l'ennesimo naufragio di una flotta di navi della marina militare sugli scogli delle isole Scilly che costò alla marina britannica duemila vittime, nel 1714, il Parlamento inglese bandì il Longitude Act, un atto che metteva in palio 20.000 sterline (circa 10 milioni di euro attuali) per chi avesse inventato un metodo utile e praticabile per il calcolo della longitudine. Il bando stabiliva un premio progressivamente crescente da 10.000 a 20.000 sterline a chi avesse elaborato un metodo per il calcolo della longitudine con uno scarto compreso tra un grado (10.000 sterline) e mezzo grado (20.000 sterline). Considerando che un grado di longitudine sull'equatore significa uno scarto di 60 miglia nautiche (poco più di 110 km terrestri) il margine di errore concesso al calcolo della longitudine era notevole. Ciò la dice lunga sul livello di “smarrimento di un'intera nazione per il deplorevole stato della sua navigazione”.
Prima della scoperta di tale metodo, al fine di evitare di perdersi per mare (e di cadere vittima dello scorbuto), i bastimenti e i convogli marini navigavano tutti sulle stesse tratte, conosciute da tutti i naviganti. Per questo, tali rotte erano molto affollate e poco sicure in quanto tutti potevano essere preda di tutti: i mercantili venivano predati dalle navi militari di paesi stranieri, le navi militari contro pirati e capitani di ventura. Un calcolo efficace della longitudine avrebbe consentito quindi di navigare con affidabilità e precisione in settori marini meno battuti e quindi più sicuri, con grande soddisfazione economica delle compagnie armatrici. Fu un perfetto sconosciuto, figlio della provincia inglese, a trovare la chiave per risolvere il rebus: John Harrison, falegname e artigiano autodidatta che senza alcuna conoscenza specifica in materia approdò alla costruzione di una serie di orologi marini molto precisi, orologi che non temevano le oscillazioni ed il rollio subiti durante la navigazione, come neppure l'umidità e gli sbalzi di temperatura, consentendo un'affidabilità in mare straordinaria per quegli anni. Tuttavia l'establishment scientifico dell'epoca, impersonato dal reverendo Nevil Maskelyne (astronomo reale e l'antieroe di questa storia), non poteva accettare che un problema così articolato, che aveva impegnato le migliori menti negli ultimi cento anni, da Galileo a Cassini, da Newton ad Halley, fosse banalmente risolto dalle mani di un semplice artigiano figlio di nessuno. Pertanto la commissione che doveva decidere sulla bontà dell'invenzione dell'artigiano, pur di fronte all'evidenza pratica dell'efficacia del metodo di Harrison, non consentì subito di attribuire al metodo dell'orologiaio il merito di aver risolto la questione della longitudine. Mentre lo stesso Harrison continuava a perfezionare le sue macchine, costruendo tutta una serie di orologi sempre più precisi e compatti, passarono quarantanni prima che la comunità scientifica riconoscesse ufficialmente la validità del metodo e delle invenzioni di Harrison. Ma solo 10.000 delle 20.000 sterline bandite dal Longitude Act, furono infine riconosciute e consegnate ad Harrison! 
 
Tra molle e ingranaggi, tra personaggi illustri e intrighi di palazzo, tra osservatori astronomici sperduti in isole lontane e spionaggi industriali, nel libro di Dava Sobel viene raccontata la storia affascinante di quest'uomo e del suo tempo (oltre a quello di tutti noi!). Consigliato! Un'imperdibile lettura di scienza e di mare. 
 
Recensione di Gianleo Di Seclì

SETTE AUTISTI, UN’AUTOMOBILE INDIANA di Giorgio Ricci

Giorgio Ricci, India, Viaggi No Comments »

Ci sono scrittori bravi nel loro mestiere, che sanno mettere le parole giuste al posto giusto e le virgole quando servono. Ci sono fotografi che sanno prendere fedelmente i momenti, gli attimi che rimarranno impressi nella memoria di chi guarderà la foto. E poi ci sono persone così, come Giorgio Ricci che hanno il dono di fotografare con le parole il mondo che stanno vivendo. "Sette autisti e un'automobile indiana" è un meraviglioso mosaico multicolore del viaggio lungo 42 giorni dell'autore attraverso in cuore dell'India: sette capitoli, sette autisti. Vite che si intrecciano con il racconto della sua vita che spinge sullo sfondo. Spesso i racconti sembrano ingarbugliarsi, e sembrare troppo forti e colorati… ma è come mettere in bocca un qualsiasi piatto della cucina indiana: confuso, forte, piccante, speziato, che ti resta più nella memoria che sul palato.

La bellezza del viaggio che racconta sta nell'onestà delle sue sensazioni: parla di "compensazione dopo l'ennesimo shock indiano", è spesso sgomento di fronte alla povertà e agli stili di vita del mondo che ha scelto per sconvolgergli l'anima. Assimila, scopre i suoi limiti, si innamora senza esasperare quel "essere illuminato" dalla cultura e dalla saggezza indiana. Un viaggio dentro sè stesso, un viaggio sulla strada. Un viaggio di cui tutti, dopo aver letto il libro, vorremmo seguire le orme.

Recensione di Paola Annoni

OLTRE LA PAURA di Lorenzo Calamai

India, Lorenzo Calamai, Reportage No Comments »

 

Non è un libro di avventura e nemmeno di grandi pellegrinaggi in giro per il mondo, ma quello di Lorenzo Calamai lo definirei piuttosto un viaggio attraverso l’animo umano. A dar vita alle pagine del libro sono infatti storie di persone, a parlare sono ragazzi di strada, bambini abbandonati, famiglie che vivono al limite della sopravvivenza, malati, storpi, dimenticati da tutti in una città così degradata come sa essere Calcutta. Ma a parlare sono anche le voci dei tanti volontari che ogni anno arrivano da tutto il mondo per dare il loro aiuto in uno dei centri di Madre Teresa presenti in tutta l’India. Lorenzo è uno di loro, è lo zio di tanti bambini, è l’amico di molte famiglie, un punto fermo per tanti ragazzi. Lorenzo ci prende per mano e ci accompagna tra gli slum di Calcutta, un formicaio di persone ammassate accanto a cumuli di spazzatura. Ci porta tra i mercati colorati, attraverso strutture fatiscenti, tra i mille volti che abitano le stazioni, tra povertà, storie di solitudine e odori che fanno mancare il fiato. Ma soprattutto ci porta a Prem Dan, un centro gestito dalle suore di Madre Teresa che accoglie persone malate, moribondi, gente di strada e uomini con problemi mentali. Come Somnapal, piccoletto, guance scavate, soffre di una grave forma di diabete e la sua famiglia non riesce a sostenere i costi delle cure. C’è Maidul, malato di tubercolosi e la madre ogni giorno percorre in autobus un tragitto di due ore per andare a trovarlo; c’è Jonassie, uno scheletro rivestito da un sottile strato di pelle che si sta lasciando morire, esausto al pensiero di continuare quella vita. E poi ci sono le suore, sempre attente, riconoscono i pazienti, si ricordano i nomi, la malattia e le cure. Parlano, ascoltano, si occupano delle famiglie, dei volontari, sempre sorridenti, sempre una parola per tutti. Lasciando a casa convinzioni, pregiudizi e stereotipi occidentali, Lorenzo si lascia semplicemente vivere da una realtà completamente diversa dalla nostra dove la sola sua presenza permette a qualcuno di non morire per strada. È un libro che ci parla della paura, quella dell'abbandono, della solitudine, dell'incertezza in una città infernale come Calcutta. Ma ci parla anche di speranza, di cambiamenti, di voglia di vivere attraverso le storie che abitano quella che Dominique Lapierre ha definito “La città della gioia”.

Lorenzo Calamai, nato a Firenze nel 1969, vive una parte dell’anno in Toscana occupandosi di agriturismo, e l’altra parte a Calcutta lavorando come volontario con le suore di Madre Teresa. Con Edizioni della Meridiana ha già pubblicato “Stracci leggeri” nel 2002.

Recensione di Paola Pedrini

ENDURANCE. L’INCREDIBILE VIAGGIO DI SHACKLETON AL POLO SUD di Alfred Lansing

Alfred Lansing, Antartide, Navigazione, Viaggi No Comments »

<<L’ordine di abbandonare la nave fu impartito alle cinque pomeridiane. Per la maggior parte degli uomini, comunque, non sarebbe stato neppure necessario: sapevano che la nave era condannata e che ogni sforzo per salvarla sarebbe stato ormai inutile. Non ci furono segni esteriori di paura o di apprensione. Avevano lottato senza posa per tre giorni e avevano perduto. Accettarono il loro destino quasi apaticamente. Erano troppo stanchi per preoccuparsene>>.

L'inizio del libro di Lansing parte dalla morte dell'Endurance, la nave che avrebbe dovuto accompagnare il Capitano Ernest Shackleton e i 27 uomini di equipaggio sino alle rive del continente Antartico per l'Imperiale Spedizione Antartica; meta mai raggiunta della spedizione: la traversata da ovest a est dell'Antartico. Il successivo tentativo avverrà con ben altri mezzi solo quarant'anni più tardi, nel 1957. L'Endurance mollò gli ormeggi dell'Est India Docks di Londra il 1° agosto 1914, mentre in Europa la Germania dichiarava guerra alla Francia. Lasciandosi alle spalle la Grande Guerra, il 5 novembre 1914 la nave giungeva alla base baleniera di Grytviken sull'isola della Georgia Australe, nell'estremo sud dell'oceano Atlantico pronta a compiere il grande balzo verso il continente Antartico. Quell'anno le condizioni dei ghiacci del Mare di Weddel furono le peggiori che i comandanti di baleniere norvegesi avessero mai visto; il Capitano Shackleton fece ugualmente mollare gli ormeggi il 5 dicembre facendo rotta verso il mare di Weddel. Quasi subito la nave, creata per muoversi con sicurezza tra gli iceberg, fu rallentata dai ghiacci fino rimanere totalmente imprigionata nella banchisa, andando alla deriva; fino al 21 novembre 1915. Alle ore 16.50 di quell giorno l'Endurance, stritolato dall'immensa pressione del ghiaccio, affondò dopo aver <<sostenuto la lotta più coraggiosa che mai una nave abbia dovuto sostenere contro la banchisa implacabile>>.

Da questo momento, inizierà la solitaria avventura di un gruppo di uomini, che dovranno affrontare il freddo e la fame, lo scoramento e la sfiducia, accompagnandosi l'un l'altro per resistere agli attacchi di una sorte estremamente avversa. Il Capitano Shackleton, vigilerà sull'incolumità dei suoi uomini sotto il peso della responsabilità di doverli portare tutti in salvo <<…incapace di dimenticare, anche per un istante, la sua posizione e la responsabilità che comportava. Gli altri potevano riposare o riuscire a svagarsi adempiendo i lavori del momento. Shackleton non si concedeva né riposo, né evasione. La responsabilità era sua per intero e non si poteva essere in sua presenza senza avvertirlo>>. Giunti all'estremo delle riserve alimentari, dovettero abbattere la muta di cani che li accompagnava; un ritorno alla vita primitiva nel ghiaccio e nel bagnato, alla deriva sui lastroni di ghiaccio, nelle mani di una natura immensa e indifferente. Trascorsi 497 giorni interminabili alla deriva sulla banchisa, spinti dal vento e dalle bufere del Polo Sud, il comandante e i suoi marinai raggiungeranno, con le scialuppe salvate dal naufragio, un inospitale e desolato lembo di terra: una spiaggia dell'Isola Elefante: << … molti di essi si muovevano barcollando sulla spiaggia senza uno scopo né una meta; alcuni raccoglievano una manciata di ghiaia; altri si stendevano per meglio assaporare la sublime solidità sotto il peso del corpo>>. Tuttavia la salvezza non era ancora giunta. L'isola elefante era lontana dalle rotte delle navi baleniere: occorreva muoversi nuovamente, cercando di raggiungere la più vicina terra abitata. Infatti, Shackleton, dopo aver scritto il proprio testamento, salperà dall'isola Elefante con 5 uomini, a bordo della Caird, una scialuppa di soli sei metri e mezzo, facendo vela verso l'isola della Georgia Australe, la base di partenza della spedizione. Il minuscolo battello, affronterà, nel 1915, con qualche carta nautica, un sestante e pochi strumenti di fortuna, un viaggio di oltre 650 miglia marine (quasi 1300 chilometri); lunghe settimane di viaggio nel mare più burrascoso del globo, mentre i ventidue uomini di equipaggio attenderanno il ritorno del Comandante con i soccorsi. Verranno tutti tratti in salvo.

Il libro “Endurance”, tratto dalla lettura del diario personale che ciascun membro dell'equipaggio tenne in quei mesi, è una delle più belle avventure mai raccontate: bellissimi i ritratti dei singoli che interagiscono tra loro cooperando alla salvezza di tutto il gruppo in un epico ritratto corale, enorme la natura che li circonda e che indifferente si frappone tra questi uomini sperduti e il mondo che li ha dati per scomparsi nei ghiacci del Polo. I sentimenti e i pensieri di quegli uomini attraversano quasi un intero secolo e raggiungono il lettore al cuore, grondanti di voglia di vivere: sarà difficile alzare il naso dalle pagine sporche e affumicate di grasso di foca.

<<Mathias Andersen era il sovrintendente della stazione di Stromness. Non aveva mai conosciuto Shackleton, ma, come tutti nell'isola della Georgia Australe, sapeva che l'endurance era salpata da lì nel 1914 e, senza dubbio, era affondata con tutti i suoi uomini nel mare di Weddel. In quel preciso istante, comunque, i suoi pensieri erano ben lungi da Shackleton e dalla sfortunata Imperiale Spedizione Transantartica. Aveva alle spalle una dura giornata di lavoro iniziata alle 7 del mattino; erano le quattro del pomeriggio ed era piuttosto stanco. Se ne stava sul dock a controllare una squadra di uomini che scaricavano delle provviste da una imbarcazione. Proprio allora udì un grido e alzò lo sguardo. Due ragazzini di una decina d'anni correvano a gambe levate, non per gioco, ma spaventati. Alle loro spalle Andersen scorse le figure di tre uomini che camminavano lentamente, e quasi trascinandosi verso di lui. Andersen non poté non rimanere sbigottito. Una cosa era certa: quegli uomini erano degli stranieri, ma quello che tanto lo sorprendeva era il fatto che non sopraggiungevano dai docks, dove potevano essere giunti a sua insaputa a bordo di qualche nave, ma dall'entroterra, dalle montagne. Come quelli si avvicinavano, vide che avevano lunghe barbe e i loro volti erano quasi per intero neri, eccetto gli occhi, i capelli lunghi come quelli di una donna giungevano all'altezza delle spalle e per qualche ragione a lui ignota erano arruffati e sporchi. Anche i loro abiti erano strani. Non indossavano i maglioni e gli stivali portati abitualmente dai marinai, ma giacconi di maglia o di pelle, anche se difficili da riconoscere perché ridotti a brandelli. … l'uomo al centro parlò in inglese: -Potreste condurci, per cortesia, da Anton Andersen? – gli chiese con un filo di voce. Il sovrintendente scosse il capo. Anton Andersen, spiegò, non si trovava più a Stromness. Era stato sostituito dal direttore stabile della fabbrica, Thoralf Sorlle. L'inglese sembrò contento. – Bene -, disse – Conosco bene Sorlle - … Il sovrintendente busso alla porta del direttore e, un attimo dopo, Sorlle stesso apriva. Era in maniche di camicia e aveva sempre i baffoni a manubrio. Quando scorse i tre uomini indietreggio di un passo e un espressione incredula apparve sul suo viso. Rimase a lungo in silenzio prima di mormorare: -Ma chi diavolo siete? - L'uomo al centro fece un passo avanti. - Il mio nome e Shackleton – rispose con voce sommessa. Di nuovo ci fu un grande silenzio; … Sorlle si voltò e pianse>>

La prima volta che ho letto il libro mi sono commosso anch'io. Assolutamente consigliato, imperdibile.

Recensione di Gianleo Di Seclì

 

UNA CASA A BALI di Colin McPhee

Colin McPhee, Indonesia, Viaggi No Comments »

 

“…Una sera, mentre eravamo in auto, sorse sopra i campi la luna piena: scarlatta, enorme, incredibilmente deformata dalla bruma invisibile. Dissi a Sarda di fermare la macchina e rimasi a contemplare in silenzio lo spettacolo. Sarda d’un tratto mi chiese: “Non c’è la luna in America?” Lo disse con tale naturalezza che non riuscii a capire se scherzava oppure no…”

Questo è uno dei primi incontri tra Colin McPhee e l’isola di Bali durante il suo soggiorno negli anni trenta, in quel paradiso perduto che è il gioiello dell’arcipelago indonesiano. Dopo avere ascoltato nel 1929 in un dinner party di Manhattan la musica di un gamelan, tipico strumento balinese, attratto da questa inconfondibile melodia decide di trasferirsi a Bali. Musicista e compositore canadese, McPhee rimane sull’isola quasi dieci anni e, aiutato e incoraggiato dall’antropologa Margaret Mead, si dedica ad accurati studi sulla musica balinese.

Il grande merito di McPhee è quello di regalarci la visione di un mondo non ancora definitivamente scomparso, attraverso lo studio e l’analisi di una musica mai sentita che sarà poi paragonata agli esperimenti dell’avanguardia europea dei primi del novecento. Il mito di Bali, quale isola dell’amore libero, paradiso perduto e ritrovato, è nato da un gruppo di artisti e intellettuali europei che si stabilirono negli anni venti e trenta con l’illusione di fuggire dalla civiltà europea e da tutti i sui drammi. Nel secondo dopoguerra, la fama dell’isola venne enfatizzata da “Una casa a Bali”, il libro più suggestivo su quei luoghi, che Mc Phee scrisse dopo aver abbandonato la sua sempre rimpianta isola e la casa stupenda, in mezzo a una natura lussureggiante con la vista sul fiume. “…Costruita secondo lo stile locale, diversi vani a se stanti, uno per dormire, una sala principale, bagno e rimessa. Avrei avuto anche il tempietto, costituito da un gruppo di altarini nell’angolo nord-est del terreno…tutti i materiali tranne quello necessario per i pavimenti, cemento fine del Borneo, si trovavano nell’isola. Volevo che la casa fosse costruita rapidamente, ma Gusti Lusuh mi distolse presto da un’idea che sapeva tanto di “straniero”: non era la stagione adatta al taglio del bambù…”

“Una casa a Bali” diventa l’inconsapevole opera manifesto del dramma di un’intera generazione di spiriti liberi che ritrova sull’isola e nel talento artistico dei balinesi il paradiso tanto cercato. Arte, musica, danze e culti religiosi sono minuziosamente descritti dalle parole di Colin McPhee che si innamorò di Bali e di tutto quello che riuscì a conoscere e imparare. Ritornato infine negli Stati Uniti, continuò a comporre musiche piene di nostalgia, ma l’isola di Bali gli mancava troppo. Incapace di liberarsi dall’alcolismo, nel 1964 morì di cirrosi epatica.

Recensione di Paola Pedrini


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