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MONDOVIATERRA di Eddy Cattaneo

Kirghizistan, Viaggi No Comments »

La prima volta che ho letto "Il signore degli anelli" ho incrociato le dita sperando che facessero il film al più presto. La prima volta che ho sentito parlare Eddy Cattaneo ho avuto nuovamente quella sensazione, ho stretto i pugni e sperato che i suoi racconti diventassero un libro (oltre ad aver divorato il suo blog… mi tocca ammetterlo, le sue foto sono splendide!). E come ogni cosa tanto attesa speri sempre che non deluda. E "Mondoviaterra" è impossibile che deluda anche i palati più difficili. 

Coinvolgente, colorato, divertente con il plus di lasciar percepire "l'anima" che c'è dietro e la passione vibrante con cui diventa parte degli eventi. Si lascia vivere dal suo grande viaggio e questo lo porta a ritrovarsi nelle situazioni più folli e assurde, come matrimoni pakistani, le braccia della grande Amma, un Natale a Calcutta spiegato con esaustive slide show o capire cosa significa soffocare in miniera a Potosì, nell'incredibile Bolivia.

Ogni pagina ti lascia sulla pelle l'invidia per quello che ha vissuto e allo stesso tempo l'amichevole sensazione di condivisione di quando sia affronta un viaggio in compagnia. Ha viaggiato solo, ha affrontato pezzi di cammino con persone incontrate e incrociate più volte sulla strada, ma solo. E il suo talento sta proprio in questo, non sentirsi mai solo perchè parte del mondo. Anche se sembra una cosa molto freak. "Quella sensazione di avere il mondo a disposizione, di poter scegliere la destinazione usando l'atlante come cartina di viaggio, diventare un puntino, perdermi". Mi sono ritrovata più volte a ridere da sola con il libro in mano, a fare ricerche approfondite per conoscere parti di mondo che ha calpestato con il suo unico (quasi) indistruttibile paio di scarpe, a sognare. Mallarmé scriveva che "Il mondo è fatto per finire in un bel libro", Mondoviaterra ne è l'esempio lampante. Un libro straordinario. Severgnini non si offenda, ma finalmente l'Italia ha partorito il suo Bill Bryson.

Recensione di Paola Annoni
 

TIBET ULTIMA FRONTIERA – AMDO E KHAM di Roberto Bertoni

Cina, Fotografia, Roberto Bertoni, Tibet No Comments »

È un viaggio fotografico in uno dei luoghi più sacri della cultura buddhista, nel cuore dell’oriente, tra montagne che da sempre esercitano un fascino particolare abitate da un popolo che non ha mai perso il legame con la propria terra e la voglia di lottare per difendere la propria cultura. Il volume propone una serie di scatti che catturano gli intensi momenti di vita e di religiosità delle popolazioni che abitano nei deserti verdi dell’Amdo e del Kham, regioni tibetane del Nord, così poco raccontate. E’ un reportage attraverso praterie sconfinate interrotte solo da laghi e monasteri, immagini di vita quotidiana, feste, volti, paesaggi del Tibet. Sono foto scattate dalla fine degli anni Ottanta ad oggi nel corso di sette viaggi compiuti dall’autore alla ricerca di “un’umanità che merita di non scomparire”.

Sfogliando le pagine del libro si incontrano volti che sorridono e occhi che guardano lontano, pelli arrossate dal vento e segnate dal sole, uomini e donne che portano avanti tradizioni monastiche, danze, celebrazioni, nomadi che seguono ancora gli antichi ritmi dei loro antenati, gli stessi ritmi della natura. “Non cercavo il colore, il folklore, il glamour, eppure in Tibet i colori sono forti e saturi, le feste bellissime, il paesaggio nella sua sconfinata maestà lascia senza fiato. Ho trovato il sorriso, occhi vivi e profondi, calore umano mai più sentito in altre parti del mondo”… così esordisce l’autore introducendo i sei capitoli del reportage. Quaranta ritratti, le feste di capodanno nel Monastero di Labrang, la vita quotidiana dei nomadi e cavalieri del Kham, le loro feste estive, la kora' dell'Amnye Machen, la seconda montagna sacra del Tibet, la festa sciamanica del Dio della Montagna a Repkong, la cremazione di un grande Lama in Kham e molto altro ancora in questo volume dedicato “alle genti tibetane”.

Il libro contiene 270 foto di Roberto Bertoni formato 31×30,5 e 6 tavole a colori di Francesca Bersani, pag. 285, testi italiano e inglese.

Per acquistare il libro rivolgersi all’autore rob.bertoni@alice.it

Recensione di Paola Pedrini

LA MIA INDIA di Paola Pedrini

India, Paola Pedrini, Viaggi No Comments »

Una ragazza e il suo zaino a spasso per l’India: sogni, passioni, silenzi che riempiono l’anima. Questo è “la mia India” di Paola Pedrini. Viaggia sola, ma sembra portarsi accanto il lettore che viene con dolcezza preso per mano e accompagnato in un mondo così straordinariamente diverso. Ed è questo il punto di forza del libro, la capacità di “formare” senza arroganza il lettore sulla cultura indiana, farlo incuriosire e trasformarlo in poche pagine nel compagno di viaggio di Paola, sulle strade sconnesse del suo lungo cammino.

E’ un viaggio di grande intensità emotiva, un viaggio alla ricerca di un non ben definito “qualcosa”, tra odori forti e nauseanti, massaggi, tradizioni millenarie assorbite da un corpo “rimasto troppo tempo in bilico tra attenzione divina e scetticismo innato”, sari colorati e la mente che si schiude di fronte all’energia di Auroville.

Non si può riassumere: “La mia India” sono pagine che vanno toccate, lette e assaporate senza pregiudizi, con quello spirito che l’autrice mette nel suo viaggio, una mente aperta e quella umiltà di chi “non pretende di conoscere e capire l’India alla prima visita”. C’è una forte attenzione ai dettagli, le pagine trasudano profumi di incensi e sapori speziati, che accompagnano l’amore per la scoperta e l’incanto di chi ancora sa rimanere con la bocca spalancata di fronte alla bellezza del diverso.

Solo 126 pagine, alla portata di tutti, scritte con lucidità e passione per scoprire l’India che c’è in ognuno di noi.

Recensione di Paola Annoni

SETTE AUTISTI, UN’AUTOMOBILE INDIANA di Giorgio Ricci

Giorgio Ricci, India, Viaggi No Comments »

Ci sono scrittori bravi nel loro mestiere, che sanno mettere le parole giuste al posto giusto e le virgole quando servono. Ci sono fotografi che sanno prendere fedelmente i momenti, gli attimi che rimarranno impressi nella memoria di chi guarderà la foto. E poi ci sono persone così, come Giorgio Ricci che hanno il dono di fotografare con le parole il mondo che stanno vivendo. "Sette autisti e un'automobile indiana" è un meraviglioso mosaico multicolore del viaggio lungo 42 giorni dell'autore attraverso in cuore dell'India: sette capitoli, sette autisti. Vite che si intrecciano con il racconto della sua vita che spinge sullo sfondo. Spesso i racconti sembrano ingarbugliarsi, e sembrare troppo forti e colorati… ma è come mettere in bocca un qualsiasi piatto della cucina indiana: confuso, forte, piccante, speziato, che ti resta più nella memoria che sul palato.

La bellezza del viaggio che racconta sta nell'onestà delle sue sensazioni: parla di "compensazione dopo l'ennesimo shock indiano", è spesso sgomento di fronte alla povertà e agli stili di vita del mondo che ha scelto per sconvolgergli l'anima. Assimila, scopre i suoi limiti, si innamora senza esasperare quel "essere illuminato" dalla cultura e dalla saggezza indiana. Un viaggio dentro sè stesso, un viaggio sulla strada. Un viaggio di cui tutti, dopo aver letto il libro, vorremmo seguire le orme.

Recensione di Paola Annoni

OLTRE LA PAURA di Lorenzo Calamai

India, Lorenzo Calamai, Reportage No Comments »

 

Non è un libro di avventura e nemmeno di grandi pellegrinaggi in giro per il mondo, ma quello di Lorenzo Calamai lo definirei piuttosto un viaggio attraverso l’animo umano. A dar vita alle pagine del libro sono infatti storie di persone, a parlare sono ragazzi di strada, bambini abbandonati, famiglie che vivono al limite della sopravvivenza, malati, storpi, dimenticati da tutti in una città così degradata come sa essere Calcutta. Ma a parlare sono anche le voci dei tanti volontari che ogni anno arrivano da tutto il mondo per dare il loro aiuto in uno dei centri di Madre Teresa presenti in tutta l’India. Lorenzo è uno di loro, è lo zio di tanti bambini, è l’amico di molte famiglie, un punto fermo per tanti ragazzi. Lorenzo ci prende per mano e ci accompagna tra gli slum di Calcutta, un formicaio di persone ammassate accanto a cumuli di spazzatura. Ci porta tra i mercati colorati, attraverso strutture fatiscenti, tra i mille volti che abitano le stazioni, tra povertà, storie di solitudine e odori che fanno mancare il fiato. Ma soprattutto ci porta a Prem Dan, un centro gestito dalle suore di Madre Teresa che accoglie persone malate, moribondi, gente di strada e uomini con problemi mentali. Come Somnapal, piccoletto, guance scavate, soffre di una grave forma di diabete e la sua famiglia non riesce a sostenere i costi delle cure. C’è Maidul, malato di tubercolosi e la madre ogni giorno percorre in autobus un tragitto di due ore per andare a trovarlo; c’è Jonassie, uno scheletro rivestito da un sottile strato di pelle che si sta lasciando morire, esausto al pensiero di continuare quella vita. E poi ci sono le suore, sempre attente, riconoscono i pazienti, si ricordano i nomi, la malattia e le cure. Parlano, ascoltano, si occupano delle famiglie, dei volontari, sempre sorridenti, sempre una parola per tutti. Lasciando a casa convinzioni, pregiudizi e stereotipi occidentali, Lorenzo si lascia semplicemente vivere da una realtà completamente diversa dalla nostra dove la sola sua presenza permette a qualcuno di non morire per strada. È un libro che ci parla della paura, quella dell'abbandono, della solitudine, dell'incertezza in una città infernale come Calcutta. Ma ci parla anche di speranza, di cambiamenti, di voglia di vivere attraverso le storie che abitano quella che Dominique Lapierre ha definito “La città della gioia”.

Lorenzo Calamai, nato a Firenze nel 1969, vive una parte dell’anno in Toscana occupandosi di agriturismo, e l’altra parte a Calcutta lavorando come volontario con le suore di Madre Teresa. Con Edizioni della Meridiana ha già pubblicato “Stracci leggeri” nel 2002.

Recensione di Paola Pedrini

UNA CASA A BALI di Colin McPhee

Colin McPhee, Indonesia, Viaggi No Comments »

 

“…Una sera, mentre eravamo in auto, sorse sopra i campi la luna piena: scarlatta, enorme, incredibilmente deformata dalla bruma invisibile. Dissi a Sarda di fermare la macchina e rimasi a contemplare in silenzio lo spettacolo. Sarda d’un tratto mi chiese: “Non c’è la luna in America?” Lo disse con tale naturalezza che non riuscii a capire se scherzava oppure no…”

Questo è uno dei primi incontri tra Colin McPhee e l’isola di Bali durante il suo soggiorno negli anni trenta, in quel paradiso perduto che è il gioiello dell’arcipelago indonesiano. Dopo avere ascoltato nel 1929 in un dinner party di Manhattan la musica di un gamelan, tipico strumento balinese, attratto da questa inconfondibile melodia decide di trasferirsi a Bali. Musicista e compositore canadese, McPhee rimane sull’isola quasi dieci anni e, aiutato e incoraggiato dall’antropologa Margaret Mead, si dedica ad accurati studi sulla musica balinese.

Il grande merito di McPhee è quello di regalarci la visione di un mondo non ancora definitivamente scomparso, attraverso lo studio e l’analisi di una musica mai sentita che sarà poi paragonata agli esperimenti dell’avanguardia europea dei primi del novecento. Il mito di Bali, quale isola dell’amore libero, paradiso perduto e ritrovato, è nato da un gruppo di artisti e intellettuali europei che si stabilirono negli anni venti e trenta con l’illusione di fuggire dalla civiltà europea e da tutti i sui drammi. Nel secondo dopoguerra, la fama dell’isola venne enfatizzata da “Una casa a Bali”, il libro più suggestivo su quei luoghi, che Mc Phee scrisse dopo aver abbandonato la sua sempre rimpianta isola e la casa stupenda, in mezzo a una natura lussureggiante con la vista sul fiume. “…Costruita secondo lo stile locale, diversi vani a se stanti, uno per dormire, una sala principale, bagno e rimessa. Avrei avuto anche il tempietto, costituito da un gruppo di altarini nell’angolo nord-est del terreno…tutti i materiali tranne quello necessario per i pavimenti, cemento fine del Borneo, si trovavano nell’isola. Volevo che la casa fosse costruita rapidamente, ma Gusti Lusuh mi distolse presto da un’idea che sapeva tanto di “straniero”: non era la stagione adatta al taglio del bambù…”

“Una casa a Bali” diventa l’inconsapevole opera manifesto del dramma di un’intera generazione di spiriti liberi che ritrova sull’isola e nel talento artistico dei balinesi il paradiso tanto cercato. Arte, musica, danze e culti religiosi sono minuziosamente descritti dalle parole di Colin McPhee che si innamorò di Bali e di tutto quello che riuscì a conoscere e imparare. Ritornato infine negli Stati Uniti, continuò a comporre musiche piene di nostalgia, ma l’isola di Bali gli mancava troppo. Incapace di liberarsi dall’alcolismo, nel 1964 morì di cirrosi epatica.

Recensione di Paola Pedrini

IL SILENZIO E I SUOI COLORI di Roberta Lodi Pasini e Gabriele Tamburini

Fotografia, Gabriele Tamburini, Myanmar, Roberta Lodi Pasini, Viaggi No Comments »

 

La Birmania, oggi ridenominata Myanmar, pone un dilemma a chi vorrebbe visitarla: partire e in questo modo sostenere indirettamente il governo o boicottare il turismo che porterebbe denaro alle casse del regime? Roberta Lodi Pasini e Gabriele Tamburini hanno deciso per la prima soluzione e dal loro viaggio è nato questo libro composto da parole, immagini e suoni, che ci porta a scoprire una realtà lontana e poco conosciuta.

Il percorso è legato al filo conduttore dei colori, dal giallo dei trucchi sui visi di donne e bambini  all’arancione delle tonache dei monaci, dall’azzurro dell’acqua all’oro delle pagode. E’ un racconto di viaggio in cui le belle fotografie giocano un ruolo fondamentale, portandoci a vedere sorrisi autentici e scene di vita quotidiana di persone che sembrano esistere in una realtà parallela, molto distante da quel mondo occidentale di cui sanno così poco.

E’ un paese dove il silenzio è la colonna sonora del viaggio, legato a filo doppio con il lato meditativo dei monaci buddhisti che hanno segnato gli ultimi avvenimenti di storia locale e che grazie alla loro lotta e al loro sacrificio, lasciano accesa la speranza per un popolo che da cinquant’anni rincorre il sogno della libertà. Ma questo volume ha anche una colonna sonora reale, una raccolta di pezzi del percussionista Pat Waing.

E’ un libro che consiglio a tutti, per poter conoscere meglio l’oppresso popolo birmano, con la speranza che, come è avvenuto da poco ad Ang San Suu Kyi, un giorno sia libero.

Recensione di Gianni Mezzadri

 

LA CINTURA DI FUOCO di Alberto Bagus

Alberto Bagus, Filippine, Indonesia, Malaysia, Viaggi No Comments »

La cintura di fuoco è il primo di una serie di romanzi che raccontano il mondo visto e vissuto da Alberto Bagus. L'autore è al tempo stesso la voce narrante e il personaggio dei suoi libri. Bagus, “l'uomo buono” così come lo tradurrebbero in Indonesia, nasce nel momento che precede l'evento liberatorio dell'imminente partenza, quando chiude lo zaino da sei chili che si porta appresso nei suoi viaggi e si imbarca sull'aereo che lo porterà a destinazione.

Magro, lo sguardo torvo e il pensiero aguzzo come la lama del coltello di quei pirati che percorrevano molte delle sue rotte, Alberto Bagus è uno sconosciuto Indiana Jones, grande avventuriero, anche se a detta sua, poco avventuroso, o per usare una sua espressione “andrei volentieri sempre in prima classe ma a volte si trova solo una canoa e un remo”.  E' un uomo d'altri tempi, un esploratore cresciuto a pane e libri, ricco di quei valori che hanno ancora solo le persone che non sono nate con le tasche piene di denaro. Già dalla prima pagina si definisce un “uomo in fuga”. Da cosa fugge, egli non lo dice, ma dai pensieri che traspaiono tra le righe dei suoi racconti, è facile intuire che fugga dalla realtà effimera di una società dominata dai media, dai gossip, dall’apparenza e dalla conseguente assenza di sincere relazioni umane.

Il viaggio in paesi lontani, mondi a noi paralleli, diventa per il protagonista e poi per il lettore che lo legge, un'opportunità di crescita interiore. Pur percependo nei suoi racconti una sottile vena di pessimismo, appare evidente che ciò che muove Alberto Bagus è l'amore per la vita, vita di cui egli cerca disperatamente una forma a lui più simile tra popolazioni apparentemente primitive, in società dove per l'uomo appare normale aiutare una donna sconosciuta e dove ogni donna trova normale ringraziarlo con tutta se stessa, poiché solo nella semplicità, nella naturalità dei comportamenti umani si cela l'essenza della nostra esistenza.

Ogni suo viaggio inizia con l'acquisto di una carta geografica, passa attraverso lo studio attento della storia, delle usanze e persino della lingua per poi prendere forma attraverso un semplice biglietto aereo. Viaggia da solo in territori sconosciuti e l’unica guida che utilizza sono i fili invisibili della grande rete, che utilizza come fossero lunghi tentacoli esploratori da cui si fa precedere. Così raggiunge i posti più remoti, spesso senza aver alcun’idea di come c’è riuscito ed alla fine ogni luogo è per lui l’emozione genuina della sorpresa, che poi diventerà una pagina di un libro, ed è a quel punto che anche il lettore ne viene a conoscenza, perché Bagus è molto bravo a rendere parole quelle emozioni. Poiché è un uomo semplice, mentre li racconta i suoi viaggi sembrano facili ma a ben guardare non lo sono affatto. Attraverso questa esplorazione quasi sistematica del ricchissimo patrimonio artistico e culturale delle sue mete, Bagus ci dona un prezioso sguardo sull'universo variegato del pensiero e delle culture umane.

La cintura di fuoco narra un viaggio attraverso Malaysia, Indonesia e Filippine, con una minuziosa descrizione dei luoghi e della gente che Bagus incontra, ma il libro non è un diario. E’ una scatola di ricordi in cui, ogni volta che si apre, si trova qualche pensiero nuovo che in prima lettura era passato inosservato e alla fine si scopre che quanto vi si legge è solo la superficie esterna di un viaggio interiore che le pagine del romanzo ci portano a fare. Un libro da leggere ma soprattutto da rileggere. In qualche modo, Bagus riesce a far prendere coscienza al lettore di come le diverse culture inquinino l'individuo, e di come nei momenti in cui si pensa e si agisce da persone libere, ci si senta felici e si ha coscienza del perché si è al mondo. Basta una donna che per dormire ha bisogno dell'abbraccio di un uomo, anche se è uno sconosciuto, o il contatto fisico nella folla perché l'Indonesia è un paese densamente popolato, o il cercare durante il viaggio la compagnia di una qualche donna perché uomini e donne siamo esseri complementari che si appartengono, per accorgersi di essere liberi. La libertà è poter fissare in un museo dei ricordi e non necessariamente delle forme d'arte, la libertà è poter godere d’immagini negate dalla religione, la libertà è sentirsi al sicuro tra le braccia di uno sconosciuto o potersi intristire per comportamenti innaturali.

Nel libro si incontrano diverse culture e religioni, descritte attraverso quanto si tramanda nelle architetture e nei musei, e ciò che più sorprende nella descrizione che ne fa Bagus, è che lui è un viaggiatore senza pregiudizi che non filtra con la propria cultura ciò che vede e poi racconta. Forse ci sta dicendo che i momenti di felicità sono quelli in cui dei nostri pregiudizi ci si riesce a liberare.

Recensione di Luisa Degrassi

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AFRIASIA di Edoardo Agresti

Africa, Asia, Edoardo Agresti, Ettore Mo, Fotografia, India, Indonesia, Marocco, Mozambico, Oriana Fallaci, Paolo Ciampi, Viaggi, Yemen No Comments »

Una raccolta di 80 immagini in grande formato scattate nei due continenti nel corso di 7 anni di lavori, frutto di reportage di viaggi dal 2000 al 2007. Parte degli scatti sono stati fatti nel corso dei Nikon School Travel, viaggi fotografici condotti da Edoardo Agresti. La sequenza delle foto è volutamente in antitesi con il nome del libro. Afriasia infatti indica un percorso dall'Africa all'Asia ma in realtà le foto sono state inserite seguendo un cammino Est-Ovest. Questo perché nella mente di Edoardo Agresti c'è piuttosto un percorso ideale che segue il naturale correre del sole, una via circolare logica. Da Bali della prima foto, fino al Marocco dell'ultima. Non sono state scelte l’Africa e l’Asia – dalla cui contrazione nasce il titolo del libro – per fotografare i poveri e mostrare la malattia, la sporcizia o il degrado, come normalmente si associa a queste parti del mondo. Certo viaggiando ci si imbatte nella disperazione e nella miseria, ma non era e non è quello l’obbiettivo del fotografo. Ha scelto questi due continenti per conoscere ed esplorare mondi totalmente diversi da quello in cui vive. Civiltà e società, alcune volte povere e disperatamente tragiche, complicate e interessanti, ma nel contempo piene e vibranti di vita.

L'India, ad esempio, in tal senso è unica. Terzani la descrive in maniera sublime: «Chi ama l’India lo sa: non si sa esattamente perché la si ama. E’ sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata non se ne può fare a meno. Si soffre a starne lontani. Ma così è l’amore: istintivo, inspiegabile, disinteressato. In India si pensano altri pensieri.»

Ma anche lo Yemen in Medioriente o il Mozambico nell’Africa centrale sono dei paesi che non puoi non amare e in cui gli stimoli alla cattura delle immagini sono continui. Agresti si cala in un altro mondo che non è fisico ma mentale, cerca di predisporre e sincronizzare cuore, mente e obiettivo della macchina fotografica con l'ambiente fatto di luoghi e persone. La foto deve essere esteticamente bella e riflettere l'anima del soggetto, tirare fuori la sintesi, sia questo un paesaggio o una persona. «Come da sempre i miei scatti non sono fotografie di denuncia sociale o di guerra, non vogliono shockare violentemente né tantomeno essere dei saggi giornalistici; assolutamente non sono una cartolina stereotipata. Quello che mi interessa e che fa parte della mia continua ricerca, è la forza intrinseca, magari contraddittoria, che voglio emerga da ogni singolo scatto.»

Edoardo Agresti è fotografo ufficiale del Nikon Professional Team e coordinatore a livello nazionale della Nikon School Travel. E’ membro della FEP – Federation of European Photographers, del Wedding PhotoJournalistic Association, della Artistic Guild WPJA, della ISPWP e socio fondatore della Best Of Wedding Photography. Nel 2010 ha superato brillantemente lo screening ottenendo la qualifica QIP – Qualified Italian Photographer e subito dopo la qualifica QEP – Qualified European Photographer. E’ stato eletto nel 2008 e nel 2009 “Fotografo dell’anno” dall’associazione nazionale fotografi di matrimonio www.anfm.it ed è vincitore di numerosi riconoscimenti: nel 2010 il 1° premio assoluto nella categoria Reportage all'International Awards di Orvieto nonché Bronze e Silver Awards nella categoria Matrimonio e Bronze Award nella sezione "landscape" del prestigioso SONY PROPHOTO AWARDS 2010.

www.edoardoagresti.it

Recensione di Paola Pedrini

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INDIA DEL SUD: NELLA TERRA DEGLI DEI di Pierpaolo Di Nardo

Guide, India, Pierpaolo Di Nardo, Polaris No Comments »

La guida raccoglie 15 anni di viaggi, racconti, sguardi e incontri. Frutto di intensi giorni passati in India, questo lavoro mette insieme cartine e disegni fatti a mano, fotografie e musiche, cerimonie sacre vissute nei templi, appunti (scritti in treno) sul cinema, sul teatro e sulla spiritualità dell’India. Chilometri percorsi a piedi nelle campagne tropicali del Maharastra; tempo sospeso sulle acque immobili delle backwaters del Kerala; il traffico creativo di Mumbai e quello flemmatico dei mercati delle tribù dell’Orissa; la scoperta dei meravigliosi templi medievali del Karnataka; le danze ed i canti dei pellegrini nelle città storiche del Tamil Nadu; l’ombra delle palme delle spiagge di Goa; il paradiso marino delle Isole Laccadive e delle Isole Andamane. Musica, cinema, teatro, danza, storia dell’arte, ayurveda, yoga sono tutti argomenti trattati nella guida che è anche ricca di cartine, itinerari classici o inconsueti (raccontati in prima persona), approfondimenti culturali sulla storia e sulla vita religiosa del paese.

Tra il 1996 e il 2010 Pierpaolo di Nardo è stato in India circa settanta volte. Prima come accompagnatore di viaggi e poi per interesse personale ha vissuto a New Delhi e a Chennai per lunghi periodi, cercando di stabilire rapporti profondi con gli indiani e partecipando alla vita quotidiana in tutte le sue manifestazioni. Ha percorso migliaia di chilometri per le strade del Rajasthan mischiandosi tra contadini e mercanti di bestiame; ha esplorato gran parte del Ladakh in una delle zone himalayane meno conosciute; ha navigato sulle sacre acque della Yamuna e del Gange; si è appassionato alle culture e alle filosofie induista e buddista approfondendo la sua conoscenza nei templi e nei monasteri; ha conosciuto star di Bollywood e capi villaggio delle ricche campagne. Oggi si occupa di India e non ne può più fare a meno.

“L’India entra una sola volta nella vita per non uscirne più. Una volta venuti a contatto con l’India non se ne può più fare a meno. L’India è una porta sempre aperta. Ma la cosa che fra tutte ci attrae è l’incontro con un mondo altro, un mondo assai distante dalla nostra concezione del tempo e della vita, ma vicino all’umano sentire, un mondo in grado di costruire ponti tra noi e noi.”

Recensione di Paola Pedrini

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