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MONDOVIATERRA di Eddy Cattaneo

Kirghizistan, Viaggi No Comments »

La prima volta che ho letto "Il signore degli anelli" ho incrociato le dita sperando che facessero il film al più presto. La prima volta che ho sentito parlare Eddy Cattaneo ho avuto nuovamente quella sensazione, ho stretto i pugni e sperato che i suoi racconti diventassero un libro (oltre ad aver divorato il suo blog… mi tocca ammetterlo, le sue foto sono splendide!). E come ogni cosa tanto attesa speri sempre che non deluda. E "Mondoviaterra" è impossibile che deluda anche i palati più difficili. 

Coinvolgente, colorato, divertente con il plus di lasciar percepire "l'anima" che c'è dietro e la passione vibrante con cui diventa parte degli eventi. Si lascia vivere dal suo grande viaggio e questo lo porta a ritrovarsi nelle situazioni più folli e assurde, come matrimoni pakistani, le braccia della grande Amma, un Natale a Calcutta spiegato con esaustive slide show o capire cosa significa soffocare in miniera a Potosì, nell'incredibile Bolivia.

Ogni pagina ti lascia sulla pelle l'invidia per quello che ha vissuto e allo stesso tempo l'amichevole sensazione di condivisione di quando sia affronta un viaggio in compagnia. Ha viaggiato solo, ha affrontato pezzi di cammino con persone incontrate e incrociate più volte sulla strada, ma solo. E il suo talento sta proprio in questo, non sentirsi mai solo perchè parte del mondo. Anche se sembra una cosa molto freak. "Quella sensazione di avere il mondo a disposizione, di poter scegliere la destinazione usando l'atlante come cartina di viaggio, diventare un puntino, perdermi". Mi sono ritrovata più volte a ridere da sola con il libro in mano, a fare ricerche approfondite per conoscere parti di mondo che ha calpestato con il suo unico (quasi) indistruttibile paio di scarpe, a sognare. Mallarmé scriveva che "Il mondo è fatto per finire in un bel libro", Mondoviaterra ne è l'esempio lampante. Un libro straordinario. Severgnini non si offenda, ma finalmente l'Italia ha partorito il suo Bill Bryson.

Recensione di Paola Annoni
 

SUEÑO CON KAREN di Alberto Bagus

Alberto Bagus, Guatemala, Messico, Viaggi No Comments »

 

Sogno con Karen, il secondo libro di Alberto Bagus, ci porta lungo un percorso che dal Nord di Città del Messico scende fino alla perduta Yaxchilàn Maya, da dove attraversando l’impetuoso Rio Usumacinta si passa in Guatemala. La lettura del libro suscita sentimenti tumultuosi e contrastanti, specialmente in una donna, ma bastano le parole con cui egli descrive la strada per Yaxchilàn a convincere ogni lettore che la sua scrittura vale la pena di essere letta. Ve le cito perché le ritengo degne di essere ricordate.

“…E' una strada dritta e piana che passa tra due piccole catene montuose coperte dalla foresta. Montagne giovani, dai fianchi scoscesi come tante gobbe di cammello. Nel sorgere, il sole vi si insinua, disperdendo gli ultimi lembi delle nuvole notturne rimaste impigliate agli alberi, poi alzandosi volge lo scuro della penombra mattutina in un paesaggio verde brillante. Sopra la foresta svetta ogni tanto la figura di un albero gigantesco che culmina in una chioma rada e spettrale….”

Una bella e giovane madre messicana al suo fianco e tutto del Messico appare meraviglioso, l'incertezza degli spostamenti, la precarietà dei mezzi, i tempi lenti come lo strascicare dei piedi di Karen che con la sua calma imperturbabile, impersona perfettamente lo spirito del Messico. L'amore che già nelle prime pagine del libro nasce in Bagus per questa donna, trasforma il suo viaggio in un vero e proprio sogno intriso di musiche e colori. Un viaggio fatto su autobus lussuosi o sgangherati che partono un po' dovunque, anche dai luoghi più impensati come il cortile di un albergo e si fermano dove meno te l'aspetti, anche a destinazione. Non ci sono precise tabelle di marcia e spesso lo vediamo aspettare in lunghe attese che per sua fortuna Karen riempie con la sua dolcezza.

Nella lettura appare evidente che le tradizioni, ancora molto radicate, sono le fondamenta del Paese in cui si può ancora vivere di certezze, anche le più semplici come potersi permettere un sorpasso azzardato su una curva cieca perché nell'altro verso “non arriva mai nessuno”, o avere un servizio di trasporti in cui non esistono orari perché comunque l'autobus parte appena è pieno e se non ci sono biglietti per la destinazione desiderata, si cambia percorso perché in un modo o nell'altro si sa che si arriverà alla meta. Le tradizioni, basi della società morale in cui i comportamenti umani sono veramente tali, sono anche quelle che permettono a una madre di vivere con serenità senza avere sempre sotto gli occhi la propria figlia, anche se Naomi con la sua voce squillante è percepibile anche a grande distanza.

E' netto il contrasto tra il Messico contemporaneo e la descrizione delle sue rovine, testimonianze di civiltà antiche molto violente e di un popolo oppresso per il quale l'arrivo degli spagnoli è sembrato probabilmente quasi una fortuna. Nelle sue descrizioni, dense come i murales di Diego Rivera, l’autore dipinge a parole luoghi e situazioni con un tale realismo da farci sudare nella foresta umida o sussultare per l'incontro di animali ufficialmente estinti.

La storia del Messico non è solo la storia del periodo coloniale e nella discesa verso il Sud del paese, ci fa scoprire a mano a mano tutti i suoi capitoli. E’ una discesa cronologica oltre che geografica che ci porta indietro nel tempo fino alla stele Maya sulla quale c'è incisa la fatidica data con cui, secondo loro, la divinità ci ha affittato il mondo. Siamo ormai prossimi alla scadenza del contratto, quel fatale 14 agosto 2012, ma per fortuna leggendo la nota a fine libro, nella quale Bagus con la sua solita precisione analizza l'argomento, ci sentiamo speranzosi che forse non tutto è perduto e possiamo già pianificare le nostre vacanze. Dalle architetture agli alberi, i colori dominanti sono il marrone eil rosso, la madre terra che accoglie i suoi figli e il recinto sacro che li protegge, sarà forse il motivo per cui la terra messicana dona all'anima quella gran calma di cui Bagus ci parla?

Recensione di Luisa Degrassi

LA MIA INDIA di Paola Pedrini

India, Paola Pedrini, Viaggi No Comments »

Una ragazza e il suo zaino a spasso per l’India: sogni, passioni, silenzi che riempiono l’anima. Questo è “la mia India” di Paola Pedrini. Viaggia sola, ma sembra portarsi accanto il lettore che viene con dolcezza preso per mano e accompagnato in un mondo così straordinariamente diverso. Ed è questo il punto di forza del libro, la capacità di “formare” senza arroganza il lettore sulla cultura indiana, farlo incuriosire e trasformarlo in poche pagine nel compagno di viaggio di Paola, sulle strade sconnesse del suo lungo cammino.

E’ un viaggio di grande intensità emotiva, un viaggio alla ricerca di un non ben definito “qualcosa”, tra odori forti e nauseanti, massaggi, tradizioni millenarie assorbite da un corpo “rimasto troppo tempo in bilico tra attenzione divina e scetticismo innato”, sari colorati e la mente che si schiude di fronte all’energia di Auroville.

Non si può riassumere: “La mia India” sono pagine che vanno toccate, lette e assaporate senza pregiudizi, con quello spirito che l’autrice mette nel suo viaggio, una mente aperta e quella umiltà di chi “non pretende di conoscere e capire l’India alla prima visita”. C’è una forte attenzione ai dettagli, le pagine trasudano profumi di incensi e sapori speziati, che accompagnano l’amore per la scoperta e l’incanto di chi ancora sa rimanere con la bocca spalancata di fronte alla bellezza del diverso.

Solo 126 pagine, alla portata di tutti, scritte con lucidità e passione per scoprire l’India che c’è in ognuno di noi.

Recensione di Paola Annoni

SETTE AUTISTI, UN’AUTOMOBILE INDIANA di Giorgio Ricci

Giorgio Ricci, India, Viaggi No Comments »

Ci sono scrittori bravi nel loro mestiere, che sanno mettere le parole giuste al posto giusto e le virgole quando servono. Ci sono fotografi che sanno prendere fedelmente i momenti, gli attimi che rimarranno impressi nella memoria di chi guarderà la foto. E poi ci sono persone così, come Giorgio Ricci che hanno il dono di fotografare con le parole il mondo che stanno vivendo. "Sette autisti e un'automobile indiana" è un meraviglioso mosaico multicolore del viaggio lungo 42 giorni dell'autore attraverso in cuore dell'India: sette capitoli, sette autisti. Vite che si intrecciano con il racconto della sua vita che spinge sullo sfondo. Spesso i racconti sembrano ingarbugliarsi, e sembrare troppo forti e colorati… ma è come mettere in bocca un qualsiasi piatto della cucina indiana: confuso, forte, piccante, speziato, che ti resta più nella memoria che sul palato.

La bellezza del viaggio che racconta sta nell'onestà delle sue sensazioni: parla di "compensazione dopo l'ennesimo shock indiano", è spesso sgomento di fronte alla povertà e agli stili di vita del mondo che ha scelto per sconvolgergli l'anima. Assimila, scopre i suoi limiti, si innamora senza esasperare quel "essere illuminato" dalla cultura e dalla saggezza indiana. Un viaggio dentro sè stesso, un viaggio sulla strada. Un viaggio di cui tutti, dopo aver letto il libro, vorremmo seguire le orme.

Recensione di Paola Annoni

ENDURANCE. L’INCREDIBILE VIAGGIO DI SHACKLETON AL POLO SUD di Alfred Lansing

Alfred Lansing, Antartide, Navigazione, Viaggi No Comments »

<<L’ordine di abbandonare la nave fu impartito alle cinque pomeridiane. Per la maggior parte degli uomini, comunque, non sarebbe stato neppure necessario: sapevano che la nave era condannata e che ogni sforzo per salvarla sarebbe stato ormai inutile. Non ci furono segni esteriori di paura o di apprensione. Avevano lottato senza posa per tre giorni e avevano perduto. Accettarono il loro destino quasi apaticamente. Erano troppo stanchi per preoccuparsene>>.

L'inizio del libro di Lansing parte dalla morte dell'Endurance, la nave che avrebbe dovuto accompagnare il Capitano Ernest Shackleton e i 27 uomini di equipaggio sino alle rive del continente Antartico per l'Imperiale Spedizione Antartica; meta mai raggiunta della spedizione: la traversata da ovest a est dell'Antartico. Il successivo tentativo avverrà con ben altri mezzi solo quarant'anni più tardi, nel 1957. L'Endurance mollò gli ormeggi dell'Est India Docks di Londra il 1° agosto 1914, mentre in Europa la Germania dichiarava guerra alla Francia. Lasciandosi alle spalle la Grande Guerra, il 5 novembre 1914 la nave giungeva alla base baleniera di Grytviken sull'isola della Georgia Australe, nell'estremo sud dell'oceano Atlantico pronta a compiere il grande balzo verso il continente Antartico. Quell'anno le condizioni dei ghiacci del Mare di Weddel furono le peggiori che i comandanti di baleniere norvegesi avessero mai visto; il Capitano Shackleton fece ugualmente mollare gli ormeggi il 5 dicembre facendo rotta verso il mare di Weddel. Quasi subito la nave, creata per muoversi con sicurezza tra gli iceberg, fu rallentata dai ghiacci fino rimanere totalmente imprigionata nella banchisa, andando alla deriva; fino al 21 novembre 1915. Alle ore 16.50 di quell giorno l'Endurance, stritolato dall'immensa pressione del ghiaccio, affondò dopo aver <<sostenuto la lotta più coraggiosa che mai una nave abbia dovuto sostenere contro la banchisa implacabile>>.

Da questo momento, inizierà la solitaria avventura di un gruppo di uomini, che dovranno affrontare il freddo e la fame, lo scoramento e la sfiducia, accompagnandosi l'un l'altro per resistere agli attacchi di una sorte estremamente avversa. Il Capitano Shackleton, vigilerà sull'incolumità dei suoi uomini sotto il peso della responsabilità di doverli portare tutti in salvo <<…incapace di dimenticare, anche per un istante, la sua posizione e la responsabilità che comportava. Gli altri potevano riposare o riuscire a svagarsi adempiendo i lavori del momento. Shackleton non si concedeva né riposo, né evasione. La responsabilità era sua per intero e non si poteva essere in sua presenza senza avvertirlo>>. Giunti all'estremo delle riserve alimentari, dovettero abbattere la muta di cani che li accompagnava; un ritorno alla vita primitiva nel ghiaccio e nel bagnato, alla deriva sui lastroni di ghiaccio, nelle mani di una natura immensa e indifferente. Trascorsi 497 giorni interminabili alla deriva sulla banchisa, spinti dal vento e dalle bufere del Polo Sud, il comandante e i suoi marinai raggiungeranno, con le scialuppe salvate dal naufragio, un inospitale e desolato lembo di terra: una spiaggia dell'Isola Elefante: << … molti di essi si muovevano barcollando sulla spiaggia senza uno scopo né una meta; alcuni raccoglievano una manciata di ghiaia; altri si stendevano per meglio assaporare la sublime solidità sotto il peso del corpo>>. Tuttavia la salvezza non era ancora giunta. L'isola elefante era lontana dalle rotte delle navi baleniere: occorreva muoversi nuovamente, cercando di raggiungere la più vicina terra abitata. Infatti, Shackleton, dopo aver scritto il proprio testamento, salperà dall'isola Elefante con 5 uomini, a bordo della Caird, una scialuppa di soli sei metri e mezzo, facendo vela verso l'isola della Georgia Australe, la base di partenza della spedizione. Il minuscolo battello, affronterà, nel 1915, con qualche carta nautica, un sestante e pochi strumenti di fortuna, un viaggio di oltre 650 miglia marine (quasi 1300 chilometri); lunghe settimane di viaggio nel mare più burrascoso del globo, mentre i ventidue uomini di equipaggio attenderanno il ritorno del Comandante con i soccorsi. Verranno tutti tratti in salvo.

Il libro “Endurance”, tratto dalla lettura del diario personale che ciascun membro dell'equipaggio tenne in quei mesi, è una delle più belle avventure mai raccontate: bellissimi i ritratti dei singoli che interagiscono tra loro cooperando alla salvezza di tutto il gruppo in un epico ritratto corale, enorme la natura che li circonda e che indifferente si frappone tra questi uomini sperduti e il mondo che li ha dati per scomparsi nei ghiacci del Polo. I sentimenti e i pensieri di quegli uomini attraversano quasi un intero secolo e raggiungono il lettore al cuore, grondanti di voglia di vivere: sarà difficile alzare il naso dalle pagine sporche e affumicate di grasso di foca.

<<Mathias Andersen era il sovrintendente della stazione di Stromness. Non aveva mai conosciuto Shackleton, ma, come tutti nell'isola della Georgia Australe, sapeva che l'endurance era salpata da lì nel 1914 e, senza dubbio, era affondata con tutti i suoi uomini nel mare di Weddel. In quel preciso istante, comunque, i suoi pensieri erano ben lungi da Shackleton e dalla sfortunata Imperiale Spedizione Transantartica. Aveva alle spalle una dura giornata di lavoro iniziata alle 7 del mattino; erano le quattro del pomeriggio ed era piuttosto stanco. Se ne stava sul dock a controllare una squadra di uomini che scaricavano delle provviste da una imbarcazione. Proprio allora udì un grido e alzò lo sguardo. Due ragazzini di una decina d'anni correvano a gambe levate, non per gioco, ma spaventati. Alle loro spalle Andersen scorse le figure di tre uomini che camminavano lentamente, e quasi trascinandosi verso di lui. Andersen non poté non rimanere sbigottito. Una cosa era certa: quegli uomini erano degli stranieri, ma quello che tanto lo sorprendeva era il fatto che non sopraggiungevano dai docks, dove potevano essere giunti a sua insaputa a bordo di qualche nave, ma dall'entroterra, dalle montagne. Come quelli si avvicinavano, vide che avevano lunghe barbe e i loro volti erano quasi per intero neri, eccetto gli occhi, i capelli lunghi come quelli di una donna giungevano all'altezza delle spalle e per qualche ragione a lui ignota erano arruffati e sporchi. Anche i loro abiti erano strani. Non indossavano i maglioni e gli stivali portati abitualmente dai marinai, ma giacconi di maglia o di pelle, anche se difficili da riconoscere perché ridotti a brandelli. … l'uomo al centro parlò in inglese: -Potreste condurci, per cortesia, da Anton Andersen? – gli chiese con un filo di voce. Il sovrintendente scosse il capo. Anton Andersen, spiegò, non si trovava più a Stromness. Era stato sostituito dal direttore stabile della fabbrica, Thoralf Sorlle. L'inglese sembrò contento. – Bene -, disse – Conosco bene Sorlle - … Il sovrintendente busso alla porta del direttore e, un attimo dopo, Sorlle stesso apriva. Era in maniche di camicia e aveva sempre i baffoni a manubrio. Quando scorse i tre uomini indietreggio di un passo e un espressione incredula apparve sul suo viso. Rimase a lungo in silenzio prima di mormorare: -Ma chi diavolo siete? - L'uomo al centro fece un passo avanti. - Il mio nome e Shackleton – rispose con voce sommessa. Di nuovo ci fu un grande silenzio; … Sorlle si voltò e pianse>>

La prima volta che ho letto il libro mi sono commosso anch'io. Assolutamente consigliato, imperdibile.

Recensione di Gianleo Di Seclì

 

UNA CASA A BALI di Colin McPhee

Colin McPhee, Indonesia, Viaggi No Comments »

 

“…Una sera, mentre eravamo in auto, sorse sopra i campi la luna piena: scarlatta, enorme, incredibilmente deformata dalla bruma invisibile. Dissi a Sarda di fermare la macchina e rimasi a contemplare in silenzio lo spettacolo. Sarda d’un tratto mi chiese: “Non c’è la luna in America?” Lo disse con tale naturalezza che non riuscii a capire se scherzava oppure no…”

Questo è uno dei primi incontri tra Colin McPhee e l’isola di Bali durante il suo soggiorno negli anni trenta, in quel paradiso perduto che è il gioiello dell’arcipelago indonesiano. Dopo avere ascoltato nel 1929 in un dinner party di Manhattan la musica di un gamelan, tipico strumento balinese, attratto da questa inconfondibile melodia decide di trasferirsi a Bali. Musicista e compositore canadese, McPhee rimane sull’isola quasi dieci anni e, aiutato e incoraggiato dall’antropologa Margaret Mead, si dedica ad accurati studi sulla musica balinese.

Il grande merito di McPhee è quello di regalarci la visione di un mondo non ancora definitivamente scomparso, attraverso lo studio e l’analisi di una musica mai sentita che sarà poi paragonata agli esperimenti dell’avanguardia europea dei primi del novecento. Il mito di Bali, quale isola dell’amore libero, paradiso perduto e ritrovato, è nato da un gruppo di artisti e intellettuali europei che si stabilirono negli anni venti e trenta con l’illusione di fuggire dalla civiltà europea e da tutti i sui drammi. Nel secondo dopoguerra, la fama dell’isola venne enfatizzata da “Una casa a Bali”, il libro più suggestivo su quei luoghi, che Mc Phee scrisse dopo aver abbandonato la sua sempre rimpianta isola e la casa stupenda, in mezzo a una natura lussureggiante con la vista sul fiume. “…Costruita secondo lo stile locale, diversi vani a se stanti, uno per dormire, una sala principale, bagno e rimessa. Avrei avuto anche il tempietto, costituito da un gruppo di altarini nell’angolo nord-est del terreno…tutti i materiali tranne quello necessario per i pavimenti, cemento fine del Borneo, si trovavano nell’isola. Volevo che la casa fosse costruita rapidamente, ma Gusti Lusuh mi distolse presto da un’idea che sapeva tanto di “straniero”: non era la stagione adatta al taglio del bambù…”

“Una casa a Bali” diventa l’inconsapevole opera manifesto del dramma di un’intera generazione di spiriti liberi che ritrova sull’isola e nel talento artistico dei balinesi il paradiso tanto cercato. Arte, musica, danze e culti religiosi sono minuziosamente descritti dalle parole di Colin McPhee che si innamorò di Bali e di tutto quello che riuscì a conoscere e imparare. Ritornato infine negli Stati Uniti, continuò a comporre musiche piene di nostalgia, ma l’isola di Bali gli mancava troppo. Incapace di liberarsi dall’alcolismo, nel 1964 morì di cirrosi epatica.

Recensione di Paola Pedrini

LA LUNGA ROTTA di Bernard Moitessier

Bernard Moitessier, Navigazione, Viaggi No Comments »

"La scia si allunga, di giorno bianca e densa di vita, di notte luminosa come una chioma di sogni e di stelle. L'acqua scorre sulla carena, e romba, canta, sussurra, secondo il vento, secondo il cielo, secondo il tramonto che sia stato rosso o grigio. C'è rosso di sera da parecchi giorni, e il vento canterella nell'attrezzatura, fa sbattere ogni tanto una drizza contro l'albero, passa sulle vele come una carezza, e prosegue verso ovest e Madera, mentre Joshua scende a 7 nodi verso sud, nell'Aliseo. Vento, mare, barca e vele formano un tutto unico, compatto e diffuso, senza principio né fine, che è parte e tutto dell'universo, di questo mio universo. Guardo il tramonto, respiro l'aria dell'alto mare, e il mio essere si schiude, la mia gioia vola così in alto che nulla può raggiungerla. In quanto alle cose che talvolta mi turbavano, non hanno alcun peso di fronte all'immensità di una scia vicinissima la cielo, e colma del vento marino, che è immune da moventi comuni e meschini."

Dopo aver letto soltanto l'inizio della lunga rotta è difficile, per qualsiasi altro uomo che vada per mare, scrivere in prosa del marinaio solitario, della barca e del suo elemento. Un prologo che è una sintesi completa ed efficace del seguito del libro. Il libro è il racconto di un uomo, Bernard Moitessier, e la sua barca di 12 metri, Joshua, durante una gara epica, la Golden Globe del 1968: la navigazione del globo in solitario, senza scalo e senza assistenza, passando dai tre capi, Capo di Buona Speranza in Sud Africa, Capo Leeuwin in Australia e capo Horn in Sud America, partendo e arrivando nello stesso posto. La regata fu organizzata dal Sunday Times dopo che si seppe che già un paio di navigatori, i due francesi Bernard Moitessier e Loick Fougeron, avevano manifestato pubblicamente l'idea di voler compiere questa impresa. Partirono in nove: sei inglesi, due francesi e l'Italiano Alex Carozzo. Una gara che si dimostrò subito dura, tanto che in cinque si dovettero ritirare per gravi avarie alle proprie imbarcazioni nell'oceano Atlantico, senza nemmeno riuscire a doppiare il primo capo, il Capo di Buona Speranza.

Moitessier, partito da Plymouth il 22 agosto 1968, inizierà con grande regolarità a macinare miglia e miglia con la sua barca, nel rispetto di un patto stipulato dalla stessa barca col suo comandante: "Dammi vento e ti darò miglia!". Nelle pagine de La lunga Rotta Moitessier racconta delle sue piccole e grandi incombenze quotidiane. La preparazione della barca di fronte all'arrivo di una burrasca, o di una sigaretta in mezzo all'oceano. Degli incontri con gli animali tra le onde e della compagnia degli uccelli d'alto mare. Ma pian piano scorgiamo un progressivo trasformarsi dello scrittore che, nel lento trascorrere dei giorni sul mare, rivede la sua esistenza, dalla giovinezza in indocina al ritorno, anni più tardi, in Europa; un percorso interiore che lo porterà scandagliare la parte più profonda e nascosta della sua anima. Intanto la gara continua; Moitessier è lì davanti, ma non sa nulla degli altri concorrenti, non avendo a bordo una radio per comunicare col resto del mondo. Elgi non lo sa, ma probabilmente, continuando col suo passo, potrà vincere la regata. Tuttavia, nel febbraio del 1969, doppiato l'ultimo dei tre capi – Capo Horn – in Moitessier, si fa più distinto un pensiero: il risultato del lavoro che i lunghi mesi in mare hanno compiuto sull'uomo; "Si continua ugualmente, perchè si sa che bisogna continuare, anche se non si capisce più il perchè…", il navigatore è combattuto, dopo tanto tempo in navigazione è cambiato e in fondo non riesce a capire più il senso del suo andare per mare. Certamente per lui non si tratta più di una regata.

Si trova in oceano Atlantico, dove era gia passato molti mesi prima per il giro del mondo; poche settimane ancora e, probabilmente, il premio del Sunday Times sarà suo. Ma dentro di sé si sta compiendo una lotta esistenziale "Rotta a nord! Non significa abbandonare, è semplicemente assennatezza…". Fino alla scelta definitiva: "Ho rimesso la prua verso il Pacifico. … Non ne posso più dei falsi dei dell'Occidente, sempre in agguato come ragni, che ci mangiano il fegato, ci succhiano il midollo. E sporgo querela contro il mondo moderno. Il mostro è lui. Distrugge la nostra terra, calpesta l'anima degli uomini. … Dio ha creato il mare e l'ha pitturato d'azzurro affinché sopra al mare si stia bene. E sono qui, in pace, con la prora puntata ad oriente, mentre potrei trovarmi a fare rotta a nord, con un dramma nell'intimo. Il tempo è bello, la scia di srotola dolcemente. Accoccolato a gambe incrociate nel pozzetto, guardo il mare ascoltando la nota cantata dalla prora. E vedo un piccolo gabbiano posato sul mio ginocchio." Moitessier decide di abbandonare la regata e continuare a navigare, verso oriente: "Tutto è in ordine. Sento in me una gran pace, una gran forza. Sono libero. Libero come non lo sono mai stato. Unito a tutti e solo di fronte al destino." Avvicinandosi a Capo di Buona Speranza lancerà, insieme a filmati, lettere per la famiglia e cassette registrate, un messaggio "da telegrafare a Robert, del Sunday Times: Caro Robert, Capo Horn è stato doppiato il 5 febbraio e siamo al 18 marzo. Continuo senza scalo verso le isole del pacifico perchè in mare sono felice e forse anche per salvarmi l'anima…."

Poche righe che faranno subito il giro del mondo. La regata verrà vinta dal Knox-johnston con la sua barca in legno, Suhaili; fu anche l'unico a compiere l'intero giro del globo. L'inglese Tetley a bordo di un trimarano subirà un'avaria che lo costringerà a ritirarsi quando era già sulla via del ritorno; mentre dell'ultimo partecipante Crowhurst, la figura più enigmatica della regata, si ritroverà l'imbarcazione alla deriva senza nessuno a bordo; i diari rinvenuti in cabina sveleranno non si era mai allontanato dall'atlantico.

Bernard Moitessier continuerà un altro mezzo giro del mondo, gettando infine l'ancora a Tahiti, dove nei mesi successivi trasporrà i suoi appunti del diario di bordo nel libro La Lunga Rotta. La Lunga Rotta è probabilmente uno dei libri più letti dai navigatori (e non solo) che almeno una volta nella loro vita hanno sognato di non tornare al porto di partenza. Il libro trasporta il lettore nella barca in pieno oceano, accanto a Bernard Moitessier, per miglia e miglia tra tecnica marinara e spiritualità, in un'atmosfera magica e sognante, fino all'ascesi finale. Si potrà rileggere cento volte, ma questo libro susciterà ogni volta nuove suggestioni! Vietato: a chi è in dubbio sulle proprie scelte di vita.

Recensione di Gianleo Di Seclì

IL SILENZIO E I SUOI COLORI di Roberta Lodi Pasini e Gabriele Tamburini

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La Birmania, oggi ridenominata Myanmar, pone un dilemma a chi vorrebbe visitarla: partire e in questo modo sostenere indirettamente il governo o boicottare il turismo che porterebbe denaro alle casse del regime? Roberta Lodi Pasini e Gabriele Tamburini hanno deciso per la prima soluzione e dal loro viaggio è nato questo libro composto da parole, immagini e suoni, che ci porta a scoprire una realtà lontana e poco conosciuta.

Il percorso è legato al filo conduttore dei colori, dal giallo dei trucchi sui visi di donne e bambini  all’arancione delle tonache dei monaci, dall’azzurro dell’acqua all’oro delle pagode. E’ un racconto di viaggio in cui le belle fotografie giocano un ruolo fondamentale, portandoci a vedere sorrisi autentici e scene di vita quotidiana di persone che sembrano esistere in una realtà parallela, molto distante da quel mondo occidentale di cui sanno così poco.

E’ un paese dove il silenzio è la colonna sonora del viaggio, legato a filo doppio con il lato meditativo dei monaci buddhisti che hanno segnato gli ultimi avvenimenti di storia locale e che grazie alla loro lotta e al loro sacrificio, lasciano accesa la speranza per un popolo che da cinquant’anni rincorre il sogno della libertà. Ma questo volume ha anche una colonna sonora reale, una raccolta di pezzi del percussionista Pat Waing.

E’ un libro che consiglio a tutti, per poter conoscere meglio l’oppresso popolo birmano, con la speranza che, come è avvenuto da poco ad Ang San Suu Kyi, un giorno sia libero.

Recensione di Gianni Mezzadri

 

TEMPO LENTO di Dario Sorgato

Dario Sorgato, Spagna, Viaggi No Comments »

 

Shhh. Fermati. Con calma. Questo sembrano dire le pagine di "Tempo Lento", la seconda opera di Dario Sorgato. Nelle pagine dello scrittore veneto si susseguono i passi lungo Cammino di Santiago, con il suo ritmo, il suo tempo. Strada. Tanta. Ma più verso sè stesso che verso la meta canonica. E' raggiungere la capacità di essere soli in mezzo alla gente, saper mantere il proprio spazio di solitudine anche quando c'è la gioia di percorrere della strada insieme. E' un continuo inno alla vita. Si sciolgono parole di consapevolezza ad ogni tappa percorsa, e queste grida, queste parole, ti rimangono incollate sulla pelle. "Mi piace la vita, mi piace vivere, mi piace godere dei momento felici e aspettare che passino quelli tristi, appropriandomi anche di quelli… il confine tra la vita e la morte è così leggero che tendiamo a non vederlo e a dimenticarcene".
Ma non è questo il punto. Questo libro non va letto per curiosità, per ripercorrere le già lette e rilette tappe del cammino di Santiago noiosamenente raccontate da autori più o meno famosi. Questo libro va letto. Punto. Per riappropriarsi del tempo, per capire il tempo. Va fatto per sè stessi, perchè a tutti "manca il tempo", ma forse solo perchè non sappiamo farci amicizia e usarlo a dovere.

Lo stile di scrittura è candenzato, volutamente rallentato, ma scorre bene. L'autore ama la natura, i dettagli, basta un caffè caldo o un sorriso amichevole per cambiargli la giornata. E il bello è proprio questo, non fa il "San Francesco dei giorni d'oggi", sa bene cos'è una birra e una serata con gli amici… forse ha solo capito come dovrebbe girare il mondo.

Recensione di Paola Annoni

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PEDALANDO IN ALASKA MI SONO PERSO I PENSIERI di Fabio Consoli

Alaska, Fabio Consoli, Stati Uniti, Viaggi 1 Comment »

 

Un viaggio a due ruote nella “terra estrema”, l’estrema avventura, “the last frontier” per gli americani. Un diario illustrato che racconta avventura ed emozioni e un progetto di solidarietà che abbatte ogni frontiera. Il risultato di questa trascrizione spontanea di pensieri è un racconto vero, pieno di emozioni, pieno di errori. Un racconto arricchito da bellissimi disegni realizzati da Fabio Consoli con uno stile originale e suggestivo. È un resoconto impulsivo e semplice di un viaggio in bici, per andare piano, godersi ogni singolo secondo passato sulla strada, per sentire l’odore delle piante e impiegare un mese per percorrere la strada che in aereo si farebbe in due ore.

“Questo é il mio diario illustrato. Non parla di grandi conquiste o di imprese fuori dal normale. Parla del viaggio in bici fatto in Alaska nel luglio del 2008. 1340 km attraverso “la terra estrema”. Ho dormito in tenda e sacco a pelo, ho bevuto l’acqua dei ruscelli, mi sono lavato, poco, nei fiumi gelati. Credetemi, niente di eccezionale. Un viaggio che chiunque potrebbe fare, basta solo volerlo intensamente. Ho provato a trascrivere i pensieri così come mi sono venuti, senza filtro, senza elaborazioni. Ho percorso Chilometri e chilometri in solitudine ore ed ore a pedalare nel silenzio assoluto. Una sorta di meditazione in movimento. Penso che sia l’unico modo per entrare in contatto diretto con la natura selvaggia. Anche l’unico modo per poter abbracciare gli alberi e parlare con gli animali senza essere preso per il culo. Come tutte le belle storie speravo in un lieto fine, ma c’è stato un sogno. Qualcosa andrà storto”.

Con la magia che soltanto le cose nobili sanno far scaturire, questo libro permetterà anche di volare da un continente all’altro, dalla fredda Alaska al torrido Burkina Faso. Il libro, infatti, sarà offerto a fronte di una donazione minima di 10 Euro che verrà destinata al progetto di prevenzione e cura dell’Aids pediatrico gestito dalla Ong CIAI presso l’Ospedale S. Camillo di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso.

Fabio Consoli vive e lavora ad Acicastello (CT) come graphic designer. Dal 2003 al 2010 ha pedalato in Francia, Olanda, Belgio, Irlanda, Alaska, New York, New Jersey, California, Patagonia, Uganda, Marocco, Cambogia, Thailandia, Vietnam. Nel 2008 ha avviato il progetto “Cycling for children” per la raccolta fondi destinata ai bambini del sud del mondo.

www.fabioconsoli.blogspot.com

Recensione di Paola Pedrini


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