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LA LUNGA ROTTA di Bernard Moitessier

Bernard Moitessier, Navigazione, Viaggi No Comments »

"La scia si allunga, di giorno bianca e densa di vita, di notte luminosa come una chioma di sogni e di stelle. L'acqua scorre sulla carena, e romba, canta, sussurra, secondo il vento, secondo il cielo, secondo il tramonto che sia stato rosso o grigio. C'è rosso di sera da parecchi giorni, e il vento canterella nell'attrezzatura, fa sbattere ogni tanto una drizza contro l'albero, passa sulle vele come una carezza, e prosegue verso ovest e Madera, mentre Joshua scende a 7 nodi verso sud, nell'Aliseo. Vento, mare, barca e vele formano un tutto unico, compatto e diffuso, senza principio né fine, che è parte e tutto dell'universo, di questo mio universo. Guardo il tramonto, respiro l'aria dell'alto mare, e il mio essere si schiude, la mia gioia vola così in alto che nulla può raggiungerla. In quanto alle cose che talvolta mi turbavano, non hanno alcun peso di fronte all'immensità di una scia vicinissima la cielo, e colma del vento marino, che è immune da moventi comuni e meschini."

Dopo aver letto soltanto l'inizio della lunga rotta è difficile, per qualsiasi altro uomo che vada per mare, scrivere in prosa del marinaio solitario, della barca e del suo elemento. Un prologo che è una sintesi completa ed efficace del seguito del libro. Il libro è il racconto di un uomo, Bernard Moitessier, e la sua barca di 12 metri, Joshua, durante una gara epica, la Golden Globe del 1968: la navigazione del globo in solitario, senza scalo e senza assistenza, passando dai tre capi, Capo di Buona Speranza in Sud Africa, Capo Leeuwin in Australia e capo Horn in Sud America, partendo e arrivando nello stesso posto. La regata fu organizzata dal Sunday Times dopo che si seppe che già un paio di navigatori, i due francesi Bernard Moitessier e Loick Fougeron, avevano manifestato pubblicamente l'idea di voler compiere questa impresa. Partirono in nove: sei inglesi, due francesi e l'Italiano Alex Carozzo. Una gara che si dimostrò subito dura, tanto che in cinque si dovettero ritirare per gravi avarie alle proprie imbarcazioni nell'oceano Atlantico, senza nemmeno riuscire a doppiare il primo capo, il Capo di Buona Speranza.

Moitessier, partito da Plymouth il 22 agosto 1968, inizierà con grande regolarità a macinare miglia e miglia con la sua barca, nel rispetto di un patto stipulato dalla stessa barca col suo comandante: "Dammi vento e ti darò miglia!". Nelle pagine de La lunga Rotta Moitessier racconta delle sue piccole e grandi incombenze quotidiane. La preparazione della barca di fronte all'arrivo di una burrasca, o di una sigaretta in mezzo all'oceano. Degli incontri con gli animali tra le onde e della compagnia degli uccelli d'alto mare. Ma pian piano scorgiamo un progressivo trasformarsi dello scrittore che, nel lento trascorrere dei giorni sul mare, rivede la sua esistenza, dalla giovinezza in indocina al ritorno, anni più tardi, in Europa; un percorso interiore che lo porterà scandagliare la parte più profonda e nascosta della sua anima. Intanto la gara continua; Moitessier è lì davanti, ma non sa nulla degli altri concorrenti, non avendo a bordo una radio per comunicare col resto del mondo. Elgi non lo sa, ma probabilmente, continuando col suo passo, potrà vincere la regata. Tuttavia, nel febbraio del 1969, doppiato l'ultimo dei tre capi – Capo Horn – in Moitessier, si fa più distinto un pensiero: il risultato del lavoro che i lunghi mesi in mare hanno compiuto sull'uomo; "Si continua ugualmente, perchè si sa che bisogna continuare, anche se non si capisce più il perchè…", il navigatore è combattuto, dopo tanto tempo in navigazione è cambiato e in fondo non riesce a capire più il senso del suo andare per mare. Certamente per lui non si tratta più di una regata.

Si trova in oceano Atlantico, dove era gia passato molti mesi prima per il giro del mondo; poche settimane ancora e, probabilmente, il premio del Sunday Times sarà suo. Ma dentro di sé si sta compiendo una lotta esistenziale "Rotta a nord! Non significa abbandonare, è semplicemente assennatezza…". Fino alla scelta definitiva: "Ho rimesso la prua verso il Pacifico. … Non ne posso più dei falsi dei dell'Occidente, sempre in agguato come ragni, che ci mangiano il fegato, ci succhiano il midollo. E sporgo querela contro il mondo moderno. Il mostro è lui. Distrugge la nostra terra, calpesta l'anima degli uomini. … Dio ha creato il mare e l'ha pitturato d'azzurro affinché sopra al mare si stia bene. E sono qui, in pace, con la prora puntata ad oriente, mentre potrei trovarmi a fare rotta a nord, con un dramma nell'intimo. Il tempo è bello, la scia di srotola dolcemente. Accoccolato a gambe incrociate nel pozzetto, guardo il mare ascoltando la nota cantata dalla prora. E vedo un piccolo gabbiano posato sul mio ginocchio." Moitessier decide di abbandonare la regata e continuare a navigare, verso oriente: "Tutto è in ordine. Sento in me una gran pace, una gran forza. Sono libero. Libero come non lo sono mai stato. Unito a tutti e solo di fronte al destino." Avvicinandosi a Capo di Buona Speranza lancerà, insieme a filmati, lettere per la famiglia e cassette registrate, un messaggio "da telegrafare a Robert, del Sunday Times: Caro Robert, Capo Horn è stato doppiato il 5 febbraio e siamo al 18 marzo. Continuo senza scalo verso le isole del pacifico perchè in mare sono felice e forse anche per salvarmi l'anima…."

Poche righe che faranno subito il giro del mondo. La regata verrà vinta dal Knox-johnston con la sua barca in legno, Suhaili; fu anche l'unico a compiere l'intero giro del globo. L'inglese Tetley a bordo di un trimarano subirà un'avaria che lo costringerà a ritirarsi quando era già sulla via del ritorno; mentre dell'ultimo partecipante Crowhurst, la figura più enigmatica della regata, si ritroverà l'imbarcazione alla deriva senza nessuno a bordo; i diari rinvenuti in cabina sveleranno non si era mai allontanato dall'atlantico.

Bernard Moitessier continuerà un altro mezzo giro del mondo, gettando infine l'ancora a Tahiti, dove nei mesi successivi trasporrà i suoi appunti del diario di bordo nel libro La Lunga Rotta. La Lunga Rotta è probabilmente uno dei libri più letti dai navigatori (e non solo) che almeno una volta nella loro vita hanno sognato di non tornare al porto di partenza. Il libro trasporta il lettore nella barca in pieno oceano, accanto a Bernard Moitessier, per miglia e miglia tra tecnica marinara e spiritualità, in un'atmosfera magica e sognante, fino all'ascesi finale. Si potrà rileggere cento volte, ma questo libro susciterà ogni volta nuove suggestioni! Vietato: a chi è in dubbio sulle proprie scelte di vita.

Recensione di Gianleo Di Seclì

IL LIBRO DELL’AFRICA

Africa, Algeria, Angola, Benin, Botswana, Burkina Faso, Burundi, Camerun, Capo Verde, Ciad, Comore, Costa D'Avorio, Egitto, Eritrea, Etiopia, Fotografia, Gabon, Gambia, Ghana, Gibuti, Guinea, Guinea Bissau, Guinea Equatoriale, Kenia, Lesotho, Liberia, Libia, Lonely Planet, Madagascar, Malawi, Mali, Marocco, Mauritania, Mauritius, Mozambico, Namibia, Niger, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica Del Congo, Repubblica del Congo, Ruanda, Sao Tomé e Principe, Senegal, Seychelles, Sierra Leone, Somalia, Sudafrica, Swaziland, Tanzania, Togo, Tunisia, Uganda, Zambia, Zimbabwe No Comments »

 

De Gregori mandava Celestino in Africa, ma, forse, dovremmo andarci un po' tutti. Si, ma dove? "Il libro dell'Africa – Un viaggio in tutti i paesi del continente" prende in rassegna tutti i 55 stati africani con lo stile classico di un Atlante (per ogni paese vengono passati in rassegna paesaggio, la storia in breve, popolazione, economia) ma ovviamente basandosi sui punti forti della Lonley Planet: fotografie da capogiro e "esperienze cruciali" da non mancare quando si mette piede in terra straniera. Si può quindi pensare di assistere alle antiche cerimonie dei riti di iniziazione buiti vicino a Mimongo (Gabon), fare trekking sui monti Simien con i babbuini gelata (Etiopia) o dormire sotto le stelle su Ilala, la madre di tutte le motonavi (Malawi). Conoscere e curiosare, prendere eventualmente spunto per il prossimo viaggio e innamorarsi… innamorarsi di colori, di immagini, di occhi, di mondi sconosciuti e lontani. Fare un passo verso questo continente bollente, anche solo per superare qualche pregiudizio.

Recensione di Paola Annoni

IL SILENZIO E I SUOI COLORI di Roberta Lodi Pasini e Gabriele Tamburini

Fotografia, Gabriele Tamburini, Myanmar, Roberta Lodi Pasini, Viaggi No Comments »

 

La Birmania, oggi ridenominata Myanmar, pone un dilemma a chi vorrebbe visitarla: partire e in questo modo sostenere indirettamente il governo o boicottare il turismo che porterebbe denaro alle casse del regime? Roberta Lodi Pasini e Gabriele Tamburini hanno deciso per la prima soluzione e dal loro viaggio è nato questo libro composto da parole, immagini e suoni, che ci porta a scoprire una realtà lontana e poco conosciuta.

Il percorso è legato al filo conduttore dei colori, dal giallo dei trucchi sui visi di donne e bambini  all’arancione delle tonache dei monaci, dall’azzurro dell’acqua all’oro delle pagode. E’ un racconto di viaggio in cui le belle fotografie giocano un ruolo fondamentale, portandoci a vedere sorrisi autentici e scene di vita quotidiana di persone che sembrano esistere in una realtà parallela, molto distante da quel mondo occidentale di cui sanno così poco.

E’ un paese dove il silenzio è la colonna sonora del viaggio, legato a filo doppio con il lato meditativo dei monaci buddhisti che hanno segnato gli ultimi avvenimenti di storia locale e che grazie alla loro lotta e al loro sacrificio, lasciano accesa la speranza per un popolo che da cinquant’anni rincorre il sogno della libertà. Ma questo volume ha anche una colonna sonora reale, una raccolta di pezzi del percussionista Pat Waing.

E’ un libro che consiglio a tutti, per poter conoscere meglio l’oppresso popolo birmano, con la speranza che, come è avvenuto da poco ad Ang San Suu Kyi, un giorno sia libero.

Recensione di Gianni Mezzadri

 

TEMPO LENTO di Dario Sorgato

Dario Sorgato, Spagna, Viaggi No Comments »

 

Shhh. Fermati. Con calma. Questo sembrano dire le pagine di "Tempo Lento", la seconda opera di Dario Sorgato. Nelle pagine dello scrittore veneto si susseguono i passi lungo Cammino di Santiago, con il suo ritmo, il suo tempo. Strada. Tanta. Ma più verso sè stesso che verso la meta canonica. E' raggiungere la capacità di essere soli in mezzo alla gente, saper mantere il proprio spazio di solitudine anche quando c'è la gioia di percorrere della strada insieme. E' un continuo inno alla vita. Si sciolgono parole di consapevolezza ad ogni tappa percorsa, e queste grida, queste parole, ti rimangono incollate sulla pelle. "Mi piace la vita, mi piace vivere, mi piace godere dei momento felici e aspettare che passino quelli tristi, appropriandomi anche di quelli… il confine tra la vita e la morte è così leggero che tendiamo a non vederlo e a dimenticarcene".
Ma non è questo il punto. Questo libro non va letto per curiosità, per ripercorrere le già lette e rilette tappe del cammino di Santiago noiosamenente raccontate da autori più o meno famosi. Questo libro va letto. Punto. Per riappropriarsi del tempo, per capire il tempo. Va fatto per sè stessi, perchè a tutti "manca il tempo", ma forse solo perchè non sappiamo farci amicizia e usarlo a dovere.

Lo stile di scrittura è candenzato, volutamente rallentato, ma scorre bene. L'autore ama la natura, i dettagli, basta un caffè caldo o un sorriso amichevole per cambiargli la giornata. E il bello è proprio questo, non fa il "San Francesco dei giorni d'oggi", sa bene cos'è una birra e una serata con gli amici… forse ha solo capito come dovrebbe girare il mondo.

Recensione di Paola Annoni

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PEDALANDO IN ALASKA MI SONO PERSO I PENSIERI di Fabio Consoli

Alaska, Fabio Consoli, Stati Uniti, Viaggi 1 Comment »

 

Un viaggio a due ruote nella “terra estrema”, l’estrema avventura, “the last frontier” per gli americani. Un diario illustrato che racconta avventura ed emozioni e un progetto di solidarietà che abbatte ogni frontiera. Il risultato di questa trascrizione spontanea di pensieri è un racconto vero, pieno di emozioni, pieno di errori. Un racconto arricchito da bellissimi disegni realizzati da Fabio Consoli con uno stile originale e suggestivo. È un resoconto impulsivo e semplice di un viaggio in bici, per andare piano, godersi ogni singolo secondo passato sulla strada, per sentire l’odore delle piante e impiegare un mese per percorrere la strada che in aereo si farebbe in due ore.

“Questo é il mio diario illustrato. Non parla di grandi conquiste o di imprese fuori dal normale. Parla del viaggio in bici fatto in Alaska nel luglio del 2008. 1340 km attraverso “la terra estrema”. Ho dormito in tenda e sacco a pelo, ho bevuto l’acqua dei ruscelli, mi sono lavato, poco, nei fiumi gelati. Credetemi, niente di eccezionale. Un viaggio che chiunque potrebbe fare, basta solo volerlo intensamente. Ho provato a trascrivere i pensieri così come mi sono venuti, senza filtro, senza elaborazioni. Ho percorso Chilometri e chilometri in solitudine ore ed ore a pedalare nel silenzio assoluto. Una sorta di meditazione in movimento. Penso che sia l’unico modo per entrare in contatto diretto con la natura selvaggia. Anche l’unico modo per poter abbracciare gli alberi e parlare con gli animali senza essere preso per il culo. Come tutte le belle storie speravo in un lieto fine, ma c’è stato un sogno. Qualcosa andrà storto”.

Con la magia che soltanto le cose nobili sanno far scaturire, questo libro permetterà anche di volare da un continente all’altro, dalla fredda Alaska al torrido Burkina Faso. Il libro, infatti, sarà offerto a fronte di una donazione minima di 10 Euro che verrà destinata al progetto di prevenzione e cura dell’Aids pediatrico gestito dalla Ong CIAI presso l’Ospedale S. Camillo di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso.

Fabio Consoli vive e lavora ad Acicastello (CT) come graphic designer. Dal 2003 al 2010 ha pedalato in Francia, Olanda, Belgio, Irlanda, Alaska, New York, New Jersey, California, Patagonia, Uganda, Marocco, Cambogia, Thailandia, Vietnam. Nel 2008 ha avviato il progetto “Cycling for children” per la raccolta fondi destinata ai bambini del sud del mondo.

www.fabioconsoli.blogspot.com

Recensione di Paola Pedrini

LA CINTURA DI FUOCO di Alberto Bagus

Alberto Bagus, Filippine, Indonesia, Malaysia, Viaggi No Comments »

La cintura di fuoco è il primo di una serie di romanzi che raccontano il mondo visto e vissuto da Alberto Bagus. L'autore è al tempo stesso la voce narrante e il personaggio dei suoi libri. Bagus, “l'uomo buono” così come lo tradurrebbero in Indonesia, nasce nel momento che precede l'evento liberatorio dell'imminente partenza, quando chiude lo zaino da sei chili che si porta appresso nei suoi viaggi e si imbarca sull'aereo che lo porterà a destinazione.

Magro, lo sguardo torvo e il pensiero aguzzo come la lama del coltello di quei pirati che percorrevano molte delle sue rotte, Alberto Bagus è uno sconosciuto Indiana Jones, grande avventuriero, anche se a detta sua, poco avventuroso, o per usare una sua espressione “andrei volentieri sempre in prima classe ma a volte si trova solo una canoa e un remo”.  E' un uomo d'altri tempi, un esploratore cresciuto a pane e libri, ricco di quei valori che hanno ancora solo le persone che non sono nate con le tasche piene di denaro. Già dalla prima pagina si definisce un “uomo in fuga”. Da cosa fugge, egli non lo dice, ma dai pensieri che traspaiono tra le righe dei suoi racconti, è facile intuire che fugga dalla realtà effimera di una società dominata dai media, dai gossip, dall’apparenza e dalla conseguente assenza di sincere relazioni umane.

Il viaggio in paesi lontani, mondi a noi paralleli, diventa per il protagonista e poi per il lettore che lo legge, un'opportunità di crescita interiore. Pur percependo nei suoi racconti una sottile vena di pessimismo, appare evidente che ciò che muove Alberto Bagus è l'amore per la vita, vita di cui egli cerca disperatamente una forma a lui più simile tra popolazioni apparentemente primitive, in società dove per l'uomo appare normale aiutare una donna sconosciuta e dove ogni donna trova normale ringraziarlo con tutta se stessa, poiché solo nella semplicità, nella naturalità dei comportamenti umani si cela l'essenza della nostra esistenza.

Ogni suo viaggio inizia con l'acquisto di una carta geografica, passa attraverso lo studio attento della storia, delle usanze e persino della lingua per poi prendere forma attraverso un semplice biglietto aereo. Viaggia da solo in territori sconosciuti e l’unica guida che utilizza sono i fili invisibili della grande rete, che utilizza come fossero lunghi tentacoli esploratori da cui si fa precedere. Così raggiunge i posti più remoti, spesso senza aver alcun’idea di come c’è riuscito ed alla fine ogni luogo è per lui l’emozione genuina della sorpresa, che poi diventerà una pagina di un libro, ed è a quel punto che anche il lettore ne viene a conoscenza, perché Bagus è molto bravo a rendere parole quelle emozioni. Poiché è un uomo semplice, mentre li racconta i suoi viaggi sembrano facili ma a ben guardare non lo sono affatto. Attraverso questa esplorazione quasi sistematica del ricchissimo patrimonio artistico e culturale delle sue mete, Bagus ci dona un prezioso sguardo sull'universo variegato del pensiero e delle culture umane.

La cintura di fuoco narra un viaggio attraverso Malaysia, Indonesia e Filippine, con una minuziosa descrizione dei luoghi e della gente che Bagus incontra, ma il libro non è un diario. E’ una scatola di ricordi in cui, ogni volta che si apre, si trova qualche pensiero nuovo che in prima lettura era passato inosservato e alla fine si scopre che quanto vi si legge è solo la superficie esterna di un viaggio interiore che le pagine del romanzo ci portano a fare. Un libro da leggere ma soprattutto da rileggere. In qualche modo, Bagus riesce a far prendere coscienza al lettore di come le diverse culture inquinino l'individuo, e di come nei momenti in cui si pensa e si agisce da persone libere, ci si senta felici e si ha coscienza del perché si è al mondo. Basta una donna che per dormire ha bisogno dell'abbraccio di un uomo, anche se è uno sconosciuto, o il contatto fisico nella folla perché l'Indonesia è un paese densamente popolato, o il cercare durante il viaggio la compagnia di una qualche donna perché uomini e donne siamo esseri complementari che si appartengono, per accorgersi di essere liberi. La libertà è poter fissare in un museo dei ricordi e non necessariamente delle forme d'arte, la libertà è poter godere d’immagini negate dalla religione, la libertà è sentirsi al sicuro tra le braccia di uno sconosciuto o potersi intristire per comportamenti innaturali.

Nel libro si incontrano diverse culture e religioni, descritte attraverso quanto si tramanda nelle architetture e nei musei, e ciò che più sorprende nella descrizione che ne fa Bagus, è che lui è un viaggiatore senza pregiudizi che non filtra con la propria cultura ciò che vede e poi racconta. Forse ci sta dicendo che i momenti di felicità sono quelli in cui dei nostri pregiudizi ci si riesce a liberare.

Recensione di Luisa Degrassi

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AFRIASIA di Edoardo Agresti

Africa, Asia, Edoardo Agresti, Ettore Mo, Fotografia, India, Indonesia, Marocco, Mozambico, Oriana Fallaci, Paolo Ciampi, Viaggi, Yemen No Comments »

Una raccolta di 80 immagini in grande formato scattate nei due continenti nel corso di 7 anni di lavori, frutto di reportage di viaggi dal 2000 al 2007. Parte degli scatti sono stati fatti nel corso dei Nikon School Travel, viaggi fotografici condotti da Edoardo Agresti. La sequenza delle foto è volutamente in antitesi con il nome del libro. Afriasia infatti indica un percorso dall'Africa all'Asia ma in realtà le foto sono state inserite seguendo un cammino Est-Ovest. Questo perché nella mente di Edoardo Agresti c'è piuttosto un percorso ideale che segue il naturale correre del sole, una via circolare logica. Da Bali della prima foto, fino al Marocco dell'ultima. Non sono state scelte l’Africa e l’Asia – dalla cui contrazione nasce il titolo del libro – per fotografare i poveri e mostrare la malattia, la sporcizia o il degrado, come normalmente si associa a queste parti del mondo. Certo viaggiando ci si imbatte nella disperazione e nella miseria, ma non era e non è quello l’obbiettivo del fotografo. Ha scelto questi due continenti per conoscere ed esplorare mondi totalmente diversi da quello in cui vive. Civiltà e società, alcune volte povere e disperatamente tragiche, complicate e interessanti, ma nel contempo piene e vibranti di vita.

L'India, ad esempio, in tal senso è unica. Terzani la descrive in maniera sublime: «Chi ama l’India lo sa: non si sa esattamente perché la si ama. E’ sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata non se ne può fare a meno. Si soffre a starne lontani. Ma così è l’amore: istintivo, inspiegabile, disinteressato. In India si pensano altri pensieri.»

Ma anche lo Yemen in Medioriente o il Mozambico nell’Africa centrale sono dei paesi che non puoi non amare e in cui gli stimoli alla cattura delle immagini sono continui. Agresti si cala in un altro mondo che non è fisico ma mentale, cerca di predisporre e sincronizzare cuore, mente e obiettivo della macchina fotografica con l'ambiente fatto di luoghi e persone. La foto deve essere esteticamente bella e riflettere l'anima del soggetto, tirare fuori la sintesi, sia questo un paesaggio o una persona. «Come da sempre i miei scatti non sono fotografie di denuncia sociale o di guerra, non vogliono shockare violentemente né tantomeno essere dei saggi giornalistici; assolutamente non sono una cartolina stereotipata. Quello che mi interessa e che fa parte della mia continua ricerca, è la forza intrinseca, magari contraddittoria, che voglio emerga da ogni singolo scatto.»

Edoardo Agresti è fotografo ufficiale del Nikon Professional Team e coordinatore a livello nazionale della Nikon School Travel. E’ membro della FEP – Federation of European Photographers, del Wedding PhotoJournalistic Association, della Artistic Guild WPJA, della ISPWP e socio fondatore della Best Of Wedding Photography. Nel 2010 ha superato brillantemente lo screening ottenendo la qualifica QIP – Qualified Italian Photographer e subito dopo la qualifica QEP – Qualified European Photographer. E’ stato eletto nel 2008 e nel 2009 “Fotografo dell’anno” dall’associazione nazionale fotografi di matrimonio www.anfm.it ed è vincitore di numerosi riconoscimenti: nel 2010 il 1° premio assoluto nella categoria Reportage all'International Awards di Orvieto nonché Bronze e Silver Awards nella categoria Matrimonio e Bronze Award nella sezione "landscape" del prestigioso SONY PROPHOTO AWARDS 2010.

www.edoardoagresti.it

Recensione di Paola Pedrini

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UN DOLLARO MILLE CHILOMETRI di Dominique Lapierre

Canada, Dominique Lapierre, Messico, Stati Uniti, Viaggi No Comments »

Anche il viaggio più lungo comincia con un passo, e la strada letteraria di Dominique Lapierre comincia qui, con una scommessa, con una sfida con sè stesso: attraversare due continenti con soli diecimila franchi. E’ un’avventura fuori tempo (la vicenda è ambientata nel 1949), con la dolcezza che si trova riaprendo un quaderno delle elementari, con l’entusiasmo di un’avventura in pieno stile “Stand by me”. L’autore per sopravvivere e continuare il suo viaggio deve gettarsi in qualsiasi occasione lavorativa che gli capita, da lavavetri a investigatore privato per sè stesso, a caccia delle sue valigie rubate. Attraverso Messico, Stati Uniti e Canada vive avventure e disavventure, raccontate con uno stile semplice in cui il tempi verbali al presente fanno percepire ancora di più la spontaneità dell’autore.

Tutte le coincidente fortunate che lo accompagnano lasciano un po’ perplessi (proprio quando ha più bisogno arrivano pranzi gratis, soldi e aiuti da generosi appassionati della sua storia), ma come si fa a puntare il dito contro chi ha il coraggio di dire “La vita è bella, e io mi lascio vivere”?

Promette cartoline dalla Francia a chiunque lo aiuti, esprime stupore e meraviglia ad ogni occasione, ha lo spirito d’avventura che tutti dovremmo avere…e se anche lo stile è quello che è (se dopo Lapierre è diventato uno scrittore di fama mondiale ci sarà un motivo…), “Un dollaro, mille chilometri” va letto, anche solo per ricordarci i sogni che dovremmo o avremmo dovuto inseguire.

Recensione di Paola Annoni

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AFROZAPPING di Sergio Ramazzotti

Africa, Reportage, Sergio Ramazzotti, Viaggi No Comments »

Odi et amo. O sarebbe meglio dire, ti amo con il cuore pieno di profonda rabbia. Questa è l’Africa di Sergio Ramazzotti raccontata attraverso episodi, ricordi e sensazioni personali, nelle pagine di Afrozapping. Le pagine e i racconti si alternano mischiandosi come in un piatto, sapori forti, colorati, a volte dolci altre piccanti come un peperoncino che finisce per sbaglio in una forchettata: ma questa è l’Africa. Appunti di viaggio che si susseguono tra la spiritualità magica e primitiva che resta intrinseca in ogni livello sociale, paesaggi meravigliosi “con il fascino non meno misterioso di quello di una bella donna alla quale sia stato fatto un occhio nero”, commerci e truffe voglie di rivoluzione e rabbia repressa. Parla con la libertà di chi conosce profondamente la terra che sta calpestando e la sua gente, non trattiene commenti e pensieri vomitati fuori con qualche birra di troppo in corpo.

“L’Africa sembrava volerci comunicare che la sua tragica arretratezza era funzionale alla sua sopravvivenza”, Madre Natura impone la sua volontà e l’uomo occidentale con i suoi aiuti umanitari non è un sostegno reale, storie antiche di schiavi, problemi attuali, aids, guerre, poesia di “un’Africa ben strana,ma forse è solo come ci aspettiamo che debba essere”, tanti viaggi che diventano esperienza e una raccolta di pezzi di vita che esprimono quell’ Africa “ dove non esistono i paesi” e dove i confini servono solo “a delimitare le proprietà dei dittatori.”

I capitoli non sono collegati tra loro, ma questo non è un libro che può essere letto a rate, una paginetta per volta. Solo leggendolo tutto d’un fiato se ne coglie l’essenza, il caldo, la rabbia e l’amore. Odi et amo. Non potrebbe essere espresso in modo migliore.

Recensione di Paola Annoni

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MONTAGNE DA RACCONTARE di Davide Chiesa

Alpinismo, Bolivia, Davide Chiesa, Italia No Comments »

Voglia di scalare, voglia di scalare una montagna e di arrivare fino in cima alla vetta, quella vetta dove tutto finisce o dove tutto inizia, per lasciarsi travolgere dal fascino dell’inatteso, dall’odore della purezza, dalla vertigine di ritrovarsi. Questo può succedere dopo aver letto il libro di Davide Chiesa, autore piacentino al suo primo libro sulla montagna con prefazione scritta dall’illustre e quasi ottantenne alpinista austriaco Kurt Diemberger. “Voglia di lasciare le tracce su quel bianco immacolato, essere immerso negli elementi, tra le privazioni e le difficoltà dell’alta montagna, in un ambiente selvaggio lontano dalle masse e dal caos e trovarsi perfettamente a proprio agio, traendo energia ascoltando la propria voce interiore”. Una serie di racconti di arrampicate, prime invernali, nuove linee tracciate con passione, scalate solitarie e di gruppo, adrenalina, felicità e a volte commozione.

I luoghi raccontati spaziano dall’Appennino fino all’Adamello, Ortles, Dolomiti, Monte Bianco e Ande Boliviane, con un unico denominatore: la montagna in inverno e dove la neve e il ghiaccio sono perenni.

Lo stile non è quello di un libro tecnico e permette di addentrarsi in una lettura che può appassionare anche chi non frequenta la montagna con contenuti avvincenti, avventurosi, ironici ma anche riflessivi e introspettivi, riuscendo a cogliere e a trasmettere in ogni pagina la gioia, la sofferenza, i dubbi e le perplessità di un ragazzo che si definisce un alpinista “normale” capace di raccontare di cose “normali”, rivolgendosi a tutti: ai giovani, a chi non conosce la montagna ma anche all’alpinista più esperto. È questo l’intento di Davide Chiesa. Non tenere le proprie esperienze e sensazioni per sé ma divulgarle agli altri così che gli altri possano avere un punto da cui partire. La voglia di dire agli altri, soprattutto ai giovani e a chi non frequenta ancora la montagna, ascoltate la vostra ‘voce’, guardatevi attorno e dentro voi stessi: c’è un universo intero da scoprire. Il libro comprende 200 fotografie, alcune veramente spettacolari in 64 tavole a colori, un po’ romanzo di racconti e un po’ volume fotografico.

Davide Chiesa ha praticato l’alpinismo classico su neve e ghiaccio tra vie normali, pareti Nord, invernali e alcune tra solitarie e vie nuove, ha scalato oltre 130 cascate di ghiaccio. Articolista e documentarista, tiene conferenze sull’alpinismo in varie città d’Italia. Collabora con la Rivista del Club alpino italiano ed è socio del GISM, Gruppo Italiano Scrittori di Montagna.

Recensione di Paola Pedrini

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