Più o meni tutti sanno che uno dei pilastri dell’Islam è il pellegrinaggio alla Mecca, quasi nessuno sa però con quali modalità viene svolto questo dovere fondamentale di ogni musulmano. In Una stagione alla Mecca (Bompiani Overlook, p.323, € 16,00) Abdellah Hammoudi, antropologo marocchino docente alla Princeton University negli Stati Uniti, attraverso il suo personale pellegrinaggio ci porta alla scoperta delle innumerevoli difficoltà che si celano dietro a questo viaggio. Vi troviamo i mille problemi burocratici, la corruzione per assicurarsi un posto, gli alloggi stipati, l’assenza di sonno, i trasporti improvvisati, ma anche la forza della fede del popolo islamico che con i suoi riti riesce a superare l’immensa rete di interessi consumistici che ruotano intorno a questa esperienza.Il punto di vista dell’autore è ambivalente. E’ interno perché, anche se ha parzialmente abbandonato la partecipazione attiva alla religione, ne risente ancora il richiamo e compie il pellegrinaggio come attore e non come semplice spettatore. Allo stesso tempo è anche un osservatore nelle vesti di antropologo, alla ricerca delle origini dei riti, della diversità delle correnti di pensiero, della moltitudine di atteggiamenti e idee che hanno i partecipanti a questo viaggio.Hammoudi raggiunge l’obiettivo di farci comprendere le modalità e i retroscena del pellegrinaggio, ma si perde spesso in verbosità e ripetizioni riguardanti soprattutto le personali difficoltà e le contraddizioni nell’essere contemporaneamente soggetto attivo e osservatore e nell’essersi distaccato dall’Islam e allo stesso tempo sentirne il forte legame. I numerosi aneddoti invece ci portano invece a contatto con il mondo musulmano, un insieme eterogeneo di popoli che spesso vengono visti in modo stereotipato e monodimensionale ma che in realtà a uno sguardo più attento mostrano la ricchezza di una cultura che il mondo occidentale spesso sminuisce e sottovaluta.
Utile ma talvolta noioso.
Recensione di Gianni Mezzadri









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