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DOVE SONO FINITO? – Storie inaspettate da luoghi inaspettati

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Questa raccolta di racconti curata da Dan George, ha come tema comune il disorientamento. Una perdita delle coordinate che può avvenire in luoghi remoti come l’Isola di Pasqua o Timbuktu o in posti più familiari come la sala di attesa di un aeroporto. Dove sono finito? (EDT, pp. 236, € 14,50) è un concept book dove 30 tra i migliori autori di narrativa di viaggi raccontano la loro esperienza con il nowhere, più che un posto, uno stato d’animo.

Nella prefazione Tim Cahill paragona l’atto creativo dello scrittore al rischio che si prova prima di un viaggio. Chiama questa sensazione Grande Vortice, uno stato di beatitudine che si può trovare solo se si affronta una sfida alta, sia che si tratti di una discesa in un torrente che della composizione di un racconto. 

La qualità delle storie è eterogenea, alcune sono sorprendentemente buone mentre altre tendono a essere più noiose. Una delle mie preferite è “La torta più buona dello Sri Lanka” dove Conor Grennan grazie alla pessima cartina stradale si perde ma trova un’eccezionale torta al cioccolato. Una chiara manifestazione di serendipity in mezzo alla foresta tropicale. Degni di menzione anche “Il peggior paese del mondo” di Simon Winchester dove si racconta un incredibile viaggio in Guinea Equatoriale, e “La foto di un villaggio” di Angie Chang, un’immersione nelle zone rurali afghane con una interessante visione degli americani da parte di un’americana coperta dal chador. 

Recensione di Gianni Mezzadri  

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AGENDA 2009 LONELY PLANET

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Oltre a essere strutturata come una normale agenda, questo libro della Lonely Planet è l’occasione per scoprire diverse città del mondo. Non sono le più famose, ma i 52 centri urbani, uno per ogni settimana, selezionati per questa guida/agenda hanno la caratteristica comune di meritare la visita. Sono città grandi, come Shanghai e Mumbai o piccole come Caienna e Asmara, affascinanti come Zanzibar o Varanasi storicamente importanti come Hiroshima o Beirut. Come dice Tony Wheeler nell’introduzione sono “località in cui andrei volentieri per assaggiare le specialità gastronomiche, visitare i monumenti, ammirare i capolavori delle gallerie d’arte, ascoltare la musica, seguire gli avvenimenti sportivi, osservare attentamenti i reperti dei musei o, semplicemente, per prendermela comoda facendo finta di essere uno del posto.” Per ogni città vi sono brevi scritti a fianco delle settimane dell’agenda e schede tecniche alla fine del libro con indicate le esperienze uniche, i punti di forza, cosa vedere, fare, mangiare e molte altre caratteristiche. Completa questa Agenda 2009 (Edt, € 14,00, pp. 218) una mappa del mondo, un piccolo dizionario e un elenco di siti web utili.

Recensione di Gianni Mezzadri

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IL VIAGGIO DI UN CUOCO di Anthony Bourdain

Anthony Bourdain, Cambogia, Cucina, Francia, Gran Bretagna, Inghilterra, Marocco, Messico, Portogallo, Russia, Scozia, Spagna, Stati Uniti, Vietnam No Comments »

il-viaggio-di-un-cuoco.jpgAnthony Bourdain è uno chef newyorkese che ha raggiunto la notorietà dopo aver pubblicato Kitchen Confidential, un resoconto senza filtri di tutto quello che succede nelle cucine dei ristoranti americani, senza tralasciare particolari agghiaccianti. In seguito gli fu offerta la possibilità di realizzare un travel-show intorno al mondo incentrato sulla cucina. Oltre agli episodi televisivi, visibili in Italia su Discovery Travel & Living, vi è il libro omonimo: Il Viaggio Di Un Cuoco (Feltrinelli, pp. 289, € 8,50). Con uno stile sarcastico affronta ogni viaggio come una sfida alla ricerca del pasto perfetto, che non vuol dire necessariamente che si svolga in un ristorante stellato, ma che si realizza quando si trova la giusta combinazione di cibo, atmosfera e compagnia. Si passa dalla Cambogia, con non pochi riferimenti ad Apocalypse Now, al Marocco, dove assaggia croccanti testicoli d’agnello, dalla Russia, con sauna, vodka e pesce affumicato, all’assaggio di un cuore di cobra che ancora batte a Saigon. Si alternano considerazioni sul cibo e sul suo legame con la cultura della popolazione che lo elabora. Un importante considerazione la fa sugli Stati Uniti che, trovando tutto già pronto e confezionato nel frigorifero, hanno perso completamente il contatto sull’origine degli alimenti, mentre all’opposto in Portogallo fa una toccante esperienza di macellazione e preparazione di un maiale che coinvolge parenti e amici.

Un’osservazione molto curiosa riguarda la cosiddetta ultima cena: chiedendo ad altri chef cosa mangerebbero nell’ultimo pasto a loro disposizione, le risposte sono invariabilmente molto semplici: cotolette, linguine al pomodoro, panino con carne fredda… Sembra nessuno ricordi di aver mangiato il miglior pasto della propria vita seduto in giacca e cravatta in un ristorante di lusso. Anthony Bourdain è alla ricerca della magia che caratterizza alcuni piatti in giro per il mondo, alcune volte ci riesce, altre no, ma rimane il fatto che la ricerca è decisamente affascinante e interessante. Consigliato a tutti coloro che oltre ai viaggi sono appassionati anche del cibo.

Recensione di Gianni Mezzadri

Il blog di Anthony Bourdain

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NELLE TERRE ESTREME di Jon Krakauer

America, Biografie, Jon Krakauer, Stati Uniti 1 Comment »

nelle-terre-estreme.jpgNelle Terre Estreme (Corbaccio, pp 268, 16,60) racconta una storia vera, quella di Chris McCandless, ventitreenne americano degli anni ‘90 che dopo la laurea decide di recidere ogni rapporto con la famiglia e con tutto ciò che lo lega al passato per intraprendere un viaggio all’insegna dell’avventura: meta finale l’Alaska. La sua è una sfida contro una natura selvaggia, spietata e avversa, volta alla ricerca della libertà più assoluta a cui un uomo possa aspirare.In ogni pagina, infatti, si respira aria di libertà, di fuga dal tradizionalismo e dal conformismo della società e ci si interroga sui motivi che possono avere spinto un giovane promettente e perspicace a barattare una vita agiata (quanto scontata) con una fatta di stenti, di fatiche e di privazioni. Come lettore è facile lasciarsi trasportare dalle peripezie di Chris, partecipare alla sua gioia dopo una caccia abbondante, fare il tifo per lui nei momenti di pericolo e soprattutto farsi incuriosire dai personaggi che incontra sul suo cammino.Interessante la scelta narrativa dell’autore, che decide di raccontare le peregrinazioni di Chris in terza persona, dedicando però alcuni capitoli alle proprie esperienze, per molti versi simili a quelle del protagonista. Il lavoro di Krakauer è il risultato di anni e anni di ricerche, di ricostruzioni e di interviste, a cui ha collaborato in maniera determinante anche la famiglia McCandless. Il libro è arricchito da mappe che ricostruiscono i luoghi in cui è ambientato il racconto, da citazioni tratte dai libri letti dal ragazzo durante il viaggio e anche da lettere e annotazioni da lui scritti.Chris McCandless: un giovane da ammirare per il coraggio e i nobili valori o un pazzo imprudente, stupido e desideroso di morire? L’opinione dell’autore appare subito chiara, ma sta ad ogni singolo lettore esprimere la propria.

Merita di essere visto anche l’omonimo film, titolo originale Into the Wild, diretto da Sean Penn.

Recensione di Roberta Turci

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AMERICAN VERTIGO di Bernard-Henri Lévy

America, Bernard-Henri Lévy, Reportage, Stati Uniti No Comments »

american-vertigo.jpgQuando Alexis de Tocqueville, un aristocratico francese, dopo un viaggio lungo 9 mesi scrisse negli anni ’30 dell’Ottocento La Democrazia in America, riuscì ad anticipare numerosi fatti che si sarebbero successivamente verificati come, ad esempio, il dibattito sull’abolizione della schiavitù e l’emergere degli Stati Uniti e della Russia come le due superpotenze mondiali. Era però principalmente un’analisi della democrazia rappresentativa repubblicana e dei motivi per cui era attecchita molto bene in terra americana mentre era fallita in molti altri paesi. La democrazia in America, secondo Tocqueville, aveva però anche delle potenziali debolezze: la tirannia della maggioranza e l’assenza di libertà intellettuale, che gli sembrò potesse degradare l’amministrazione e favorire il crollo della politica pubblica di assistenza ai più deboli, dell’educazione e delle lettere. Il libro fu un immediato successo sui due lati dell’Atlantico e nel ventesimo secolo diventò un classico della politica, della sociologia e della storia.

170 Anni dopo Bernard-Henri Lévy si ripropone di seguire le orme del suo compatriota e dopo un altrettanto lungo viaggio pubblica American Vertigo (Rizzoli, pp. 405, € 19,00). Poco conosciuto in Italia, ma molto noto in Francia, Lévy fu il fondatore della scuola dei Nuovi filosofi (Nouveaux Philosophes), un gruppo di giovani intellettuali che rifiutavano le dottrine comuniste e socialiste che animavano i tumulti del maggio francese muovendo a queste un’agguerrita ed inflessibile critica morale, ma che allo stesso tempo rigettavano l’ideologia capitalista.

BHL, come è noto in patria, nel corso del suo viaggio visita penitenziari, chiese, comunità musulmane e amish, incontra politici e pensatori, miliardari e gente comune. Sottolinea le contraddizioni di quella che è diventata la principale superpotenza mondiale e il gendarme dell’Occidente, spiegandone le tensioni sociali e il sistema giudiziario. Si sofferma sui tratti peculiari del carattere americano, come lo spirito religioso e il patriottismo, e sulla ricchezza culturale e sulla capacità di immaginare il futuro che legittimano il ruolo guida degli Stati Uniti, senza però nascondere il rischio del ritorno alle ideologie e della tirannia della maggioranza.

Ma il punto fondamentale del libro è la tesi finale dell’autore, cioè che l’America è sempre stata, è e sarà astratta, in quanto “proiezione mentale forgiata da uomini di origini diverse che avevano in comune solo la condivisione non di una memoria, ma di un desiderio e di un’idea”. Per l’autore è una nazione senza sostanza, senza essenza e sostegno, ma molto più disincantata di quanto si pensi di solito. “Una paradossale entità autoreferenziale, il cui legame consiste unicamente nella ripetizione infinita ma sonora del suo nome quasi comune”. Come Bill Clinton dichiarava nel suo discorso inaugurale del 1993: “tocca ad ogni generazione di americani dire cos’è l’America”.

Ma tutto questo non va intesa in un senso solamente negativo, infatti per l’autore “nel fatto di dirsi e volersi americani ci sono una dolcezza, una leggerezza, un elemento di civiltà che fanno sì che questo sia uno dei paesi in cui, nonostante tutto, si respira meglio. L’America è un’idea che libera”.

Il libro è complesso è profondo, alterna semplici “visite guidate” all’interno degli Stati Uniti a riflessioni originali e stratificate. Si va al di là dei classici stereotipi e delle letture superficiali degli eventi. Come riassumeva efficacemente il Wall Street Journal: “Lévy scrive col brio di un giornalista e la consapevolezza di un filosofo”.Recensione di Gianni Mezzadri

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